Ho appena finito di leggere ”Il giradischi di Tito” (traduzione di Michele Obit, Fazi Editore, Roma 2008), del regista cinematografico e scrittore sloveno Miha Mazzini e mi sento un po’ disorientato fra allegrezza e angoscia, nonché un pizzico preoccupato – piú avanti vedremo perché.
Intanto però bisogna sottolineare che questo romanzo nasce dalla sceneggiatura di un film scritto e diretto dallo stesso autore e occorre anche aggiungere che il suo titolo originale è del tutto diverso, poiché esso in italiano suonerebbe piú o meno come ”Il re degli spiriti sferraglianti”, essendo ”Kralj ropotajo?ih duhov” a sua volta la traduzione slovena del titolo del disco rock inglese ”King of the rattling spirits”.
Per venire al libro, nel quale la voce narrante, lo sloveno Egon Vittori, ricostruisce in prima persona con un fluido e vivace racconto al passato remoto le proprie tragicomiche vicende adolescenziali (egli è un alter ego ormai cresciuto dello stesso Mazzini anche a giudicare dall’accoppiamento nome sloveno-cognome italiano), c’è da chiarire subito quanto l’opera scritta paghi pegno – in termini narratologici – al grande schermo, a partire dalle tante fotografie in bianco e nero che vi sono inserite e anche a causa del proprio andamento cine-memorialistico, molto alla Tornatore di ”Nuovo Cinema Paradiso” e un po’ all’ ”Amarcord”.
Infatti, sebbene l’opera, ambientata nella Slovenia dei primi anni Settanta, goda di un buon equilibrio fra le componenti iperbolico-comunicative (l’esilarante rissa nel cinema del capitolo ”Madame X”), quelle grottesco-familiari (la magicorealistica vicenda della sparizione della dentiera della nonna), il ripiegato realismo dello sguardo del dodicenne Egon e le varie assurdità realisticosocialiste (memorabile il freddo resoconto dell’hippy Roman, il quale spiega a Egon che senza volere è riuscito, grazie all’ottusità dell’apparato repressivo, a far sbattere in galera il padre, cosí restandosene da solo in casa: contento, benestante e libero di viaggiare come gli pare); ecco, va detto che malgrado la riuscita armonizzazione dei suddetti diversi toni e registri, tanto la mancanza di originalità d’impostazione ne costituisce il difetto maggiore quanto la carrellata di personaggi è ben resa prestando attenzione a dipingere in modo credibile anche i tre coprotagonisti, ossia la cattolicissima nonna (una specie di spiritista viscerale), l’agra e vessatoria madre di Egon e infine Fritz, il suo scanzonato coetaneo ed amichetto del cuore.
L’effetto finale è quello di una dolceamara commedia ibrida: ”all’italiana”, sí, ma anche credibilmente ”alla slovena” e certamente, se non coraggiosa, almeno di buona natura psicologico-introspettiva, nonché scevra delle eccessive (e furbe) enfatizzazioni d’ordine sessuale tipiche di molte pellicole nostrane. Il sesso, per l’appunto, pur qui giocando un suo qualche ruolo, ha una funzione liberatoria e non oppressiva: diciamo che sa stare al proprio posto poiché il significato di questo immergersi nella propria adolescenza da parte dell’adulto-ricordante Mazzini è un altro ed è reso esplicitamente senza troppe divagazioni.
Il senso del romanzo, infatti, è riposto nella considerazione di fondo che i figli per affrancarsi dai problemi personali irrisolti dei genitori (e la mamma di Egon, che vive da sola con lui, ne è piena fin sopra i capelli) devono prima individuare tali problemi, poi capirli e infine usarli quasi come un grimaldello per scardinare l’oppressione del brutale dominio parentale, devono cioè ritorcere contro i propri aguzzini (la madre di Egon in effetti lo è) le stesse loro follie; altra strada, secondo l’autore, sembra che non esista, al fine di sentirsi indipendenti e soprattutto vivi e degni di vivere, ossia meritevoli di esser se stessi nonostante la famiglia.
Naturalmente le circostanze familiari descritte nel ”Giradischi di Tito” giustificano appieno lo scaltro sistema ricattatorio adottato infine da Egon, il quale a un certo punto capisce che per difendersi da una madre nevrastenica, iraconda e complessata, non può agire diversamente se non agendo esattamente come lei agisce nei suoi confronti, ma non in privato, in piazza: umiliarla verbalmente in luoghi pubblici, metterla in condizioni di inferiorità davanti a tutti. Un episodio rimarrà emblematico dell’incapacità di quella madre a sostenere la propria funzione di donna adulta: quando festeggia il compleanno del figlio, è lui a fare un regalo alla madre, accompagnandolo con le seguenti parole: ”Cara mamma, ricevi questo mio regalo che ti faccio di tutto cuore come piccola ricompensa per tutto quello che hai dovuto soffrire quando mi hai fatto nascere”. (Pag. 215).
Bene. Dunque la reazione del piccolo, indifeso Egon, continuamente ritenuto idiota e insensibile da una mamma che si sente (sbagliando) idiota ed insensibile, è reazione giusta, ma non direi proprio che il messaggio di fondo sia altrettanto condivisibile, se applicato estensivamente all’istituzione familiare e alla società adulta, come sembra sottintendere Mazzini ritraendo ogni famiglia sempre e solo come un locus damnationis ed anche specificando, nelle ultime righe, che in Slovenia ora è pieno di anziani genitori viventi in grandi appartamenti con figli costretti, solo perché han litigato con i ”vecchi”, a vivere in case anguste ”aspettando che i vecchi tirino le cuoia” (p. 277).
Insomma questo è essenzialmente un romanzo che con l’espediente autobiografico si concentra sui conflitti inter-generazionali per come questi si svolgevano nei primi anni Settanta e sembra scritto da Mazzini come se egli fosse sotto una seduta di ipnosi freudiana, tanto vivide sono ai nostri occhi le emozioni di Egon-Miha. Purtroppo anche la forte adesione di Miha Mazzini ai sentimenti del povero Egon Vittori, oltre alla evidente dipendenza del libro dall’originale sceneggiatura, ne rappresenta sia il maggior pregio sia un ulteriore limite: la frammentarietà delle scenette, i cui legami sono alquanto fragili – trattasi appunto in realtà di scene cinematografiche – si accoppia ad una troppo ovvia condanna del mondo adulto, contrappuntata da una colonna sonora rock sulla quale è stata caricata una dose eccessiva di intenzioni espressive (ma le pagine non girano come un disco: i veri letterati questo lo sanno e per farle suonare ugualmente scrivono loro stessi la musica, non utilizzano quella altrui).
L’Egon-Miha ragazzino ha completamente oscurato con la propria invadente (e dolorosa) presenza il Miha adulto che nel 2001 scrive il librofilm, pertanto da questo transfert totalizzante scaturiscono un vitalismo e delle rivendicazioni adolescenziali un po’ a buon mercato, che, contando sulla scorrevolezza sceneggiatoria del testo e sul potenziale sempre (falso)eversivo del rock, non considerano affatto i lati negativi dell’attuale giovanilismo trionfante in Europa: un giovanilismo figlio degli anni Settanta e dal quale oggi possiamo far derivare l’immaturità di molti genitori ultraquarantenni – che è un’immaturità di segno opposto rispetto a quella della madre di Egon (giustificabile per la vita disgraziata che essa aveva dovuto condurre). Questa immaturità nostra contemporanea, novimillenaria, ci dà oggi il triste spettacolo di vedere in giro delle famiglie apparenti, ossia delle mere, deprimenti aggregazioni di egoismi e non delle realtà condivise ed ebbene: i motivi di tale sfacelo sono tutti perfettamente condensati nel ”Giradischi di Tito”, ohibò, e hanno il volto dei tanti Egon, italiani o sloveni, che ci attorniano.
Certo: è pur vero che per un ragazzo è operazione difficilissima quanto indispensabile, anzi auspicabile, prendere coscienza delle aberrazioni quando presenti in ambito familiare; però se la dialettica stesse tutta e solo fra le tre ipotesi consistenti in una famiglia modello Egon Vittori, un azzeramento totale della famiglia ed un’altra famiglia stile 2009, credo che le speranze per il futuro dell’Europa sarebbero ben poche. Meglio estendere il discorso ad altre migliori possibilità e limitarsi a scrivere un romanzo facilotto e vagamente nostalgico, fruibile e senza pretese. Sí, sarebbe stato meglio cosí, credo.
Tuttavia questa lettura ci sembra consigliabile a chi voglia fare, senza troppo meditarci su ed anche sovente ridendo di gusto, qualche paragone socio-politico fra l’atmosfera italiana e quella iugoslava del medesimo periodo – in tal modo, credo, potendo notare alcune affinità nonché molte differenze, certamente utili sia per conoscere il recente passato sloveno sia per ricordare il nostro italiano. Entrambi, a fare un bilancio obiettivo, eroicomici, miserelli e con punte di vera e propria farsa complessiva.
Un’ultima osservazione l’infanzia italiana e slovena del 2009 se la merita: per un bambino esser vittima delle pazzesche decisioni, dei furori senili o pazzoidi, dell’ottusità congenita o sociale degli adulti è rimasto valido motivo per sperare di poter diventare migliore dei propri genitori. Migliore di noi.


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