Roberto Weber, tra le altre cose narratore, editorialista e presidente della società di ricerche Swg, ci manda questo suo pezzo sulle dimissioni di Walter Veltroni.
C’è un’immagine che vale come altissima testimonianza del valore della politica, cioè di ciò che la politica può trarre da un uomo: è la foto di Salvator Allende asserragliato alla Moneda che indossa un elmetto e imbraccia un mitra. Allende fu, nel suo agire nelle sue scelte, nel sua pacatezza, nella sua domestica pinguedine quanto di più lontano possiamo immaginare dalla trasfigurazione epica della politica. Ad un tratto la storia vuole qualcosa di diverso da lui ed egli trova al suo interno quelle energie che lo spingono a morire ma non ad arrendersi ad un potere che è anticostituzionale, che è prevaricazione. Allende si costringe ad essere altro da sé, sceglie la vita che non avrebbe voluto, scopre in sé un diverso coraggio.
Guevara sceglie il suo destino, da vero avventuriero. Allende lo accetta e trova la forza per adeguarvisi e batterlo alla fine.
Questo in tempi di guerra. E in tempi di pace? Non cambia molto. E’ sul discrimine della sconfitta che si vedono i ‘capi’: chi sa portare peso e chi no. Chi si fa carico delle inadeguatezze degli altri e chi no. Chi sa gestire frustrazione e sconfitta e chi non sa farlo. Chi recrimina e chi guarda avanti. Per gli altri. Chi riscatta la propria storia e chi non sa farlo. Chi affonda nel ‘virtuale’ e chi affronta la brutalità del reale. Alla fine la vicenda di Veltroni è tutta qui: nell’impossibilità di affrontare la ruvidezza della realtà. Come prima (nel 2001), più di prima. E’ ‘Addio alle armi’ ma senza la dolce infermiera di Heminghway, né per lui, ne’ per il Partito Democratico, né per gli Italiani.








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