18 agosto 2008

“Il Mediterraneo è olivo e pecora. Di queste due cose puoi vivere tutta la vita”

Pubblichiamo senza autorizzazione l’intervista a Milan Rakovac, “tenente di vascello e scrittore”, pubblicata il 9 agosto 2008 sull’inserto del quotidiano di Ljubljana, Dnevnik. L’intervista è a cura di Ervin Hladnik – Milhar?i? ed è stata tradotta in italiano dal grande e infaticabile Dejan Kozina.

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Le ferie sull’Adriatico di quest’anno offrono un sottoprogramma culturale eccellente. In Italia lo scrittore triestino Boris Pahor, che festeggerà i novantacinque anni il 26 agosto, è diventato un autore di successo col suo racconto sulla sopravvivenza sotto il fascismo italiano. A Pola, Fiume e Capodistria le sale di teatro si sono riempite per l’adattamento scenico del romanzo Riva i druži dello scrittore istriano Milan Rakovac. Il romanzo ed il dramma sono racconti sull’espulsione degli Italiani dall’Istria dopo il 1945. Nekropola e Riva i druži sono due libri che quest’anno veramente vale la pena di prendere con se al mare.

“Olivo e pecora, questo è il Mediterraneo” ci dice Rakovac sull’isola di Iž presso Zara. Come tutti anche lui si è recato al mare. “La riduzione dei bisogni a due, tre cose indispensabili per la sopravvivenza.” Ha deciso che le masse di slavi, polacchi e romeni che vivono nudi in roulotte e tende comprendono l’attrazione del suo spazio vitale. Egli lo intende come uno spazio di reciprocità. Sotto l’olivo da lui stesso piantato sull’isola dove sta la casa di famiglia della moglie si svolge la storia di come il racconto di un oscuro episodio della storia mediterranea è diventato un successo.

– Quand’è nato?

Nell’anno 1939.

– Dove?

Mi sembra un impiegato dell’anagrafe. A Rakovci. Villa Racozzi, comune di Monpaderno, distretto di Parenzo. Suddito del regno d´Italia e del impero d´Abissinia. Emilio Luciano Racozzi nacqui, signore. Al vostro servizio.

– Sotto l’Italia?

Sotto l’Italia. Noi croati e sloveni siamo stati i primi ebrei. Ma non ci era permesso essere ebrei. Dovevamo essere ariani. Eravamo dei negus, ma non ci era permesso essere dei negus. No. L’idea di conquista del Duce era di forzare i barbari nella cultura di Dante.

– L’idea era originale.

Macché. Questa era la dottrina di conquista dell’impero romano. Mussolini era un imitatore.

– Quindi non l’eliminazione fisica…

No. No. No.

– La sottomissione, invece?

L’acculturazione. L’assimilazione. Il decreto sul cambio dei cognomi dava tre possibilità. La riduzione, il ritorno alla forma originale italiana o la completa modifica dei nomi che potessero suonare offensivi. Così Rakovac divenne Racozzi. Da questo nacque poi il tenente di vascello della marina militare jugoslava, nonché scrittore, Milan Rakovac.

– Noialtri veniamo al mare senza una sottoagenda culturale. Al mare andiamo a fare il bagno. In che cultura cadiamo?

Arrivate nel vostro lebensraum. Arrivate in uno spazio dove eravamo assieme sotto l’Austria, sotto l’Italia ed in Jugoslavia. Se conto solo gli ultimi due secoli. Non c’è un punto dove finiscono gli sloveni ed iniziano i croati o gli italiani. Fate il bagno in uno spazio di reciprocità. Nelle acque delle nostre reciprocità. Jergovi? sarebbe d’accordo con me, ma pure molti altri. Arrivate in un mare sloveno o slavo in un altro paese.

– L’attrazione del Mediterraneo ci travia. Ma cosa c’è veramente qui?

Il Mediterraneo è olivo e pecora. Di queste due cose puoi vivere tutta la vita. Se un olivo produce bene ti dà cento chili di olive, da questi si fanno venti litri di olio. La pecora ti da un litro di latte, e questo è tutto quel che ti serve. Il Mediterraneo è povertà. Leggete Albert Camus. Il primo uomo. Vi porta nei quartieri più poveri di Algeri, dov’è cresciuto. Vi descrive il quartiere bianco, dove vivono i bianchi ricchi. Il quartiere arabo, dove vivono gli arabi ricchi. E poi la grande periferia povera, dove viveva. I suoi vicini sono spagnoli, arabi, francesi, italiani. Tutti vivono assieme coll’aiuto di un asino, un olivo, un mandorlo trafugato. Là funziona una fratellanza quasi mistica di ridotte possibilità di vita e bisogni, dove non hai quasi niente, ma hai una libertà mentale e sentimentale quasi completa. Questo è il Mediterraneo in cui vivo. Questo ci attira. In questo Mediterraneo arrivate e vivete in quattro in una roulotte, in una tenda, senza vestiti, quasi senza altri bisogni che la necessità di condividere la sensazione di libertà.

– Cosa dà ai continentali?

Il contatto con Alessandria, con Marsiglia, con Durazzo. Città magnifica, Durazzo. Bella gente. Istanbul, Aleppo, Capri. Come scrisse Paolo Rumiz su Repubblica nella serie di reportage Fino a Lepanto, ovviamente lì si è fatto guerra fino allo sterminio. Ma cosa c’era prima della battaglia e dopo la battaglia? Commercio, balli, diplomatici, feste di nozze. Turchi e cristiani vivevano assieme la vita mediterranea. Saraceni ed Uscocchi di Segna. Qui dentro cercate la definizione di Mediterraneo. Volete qualcosa di più vicino? Aprite la rivista multilingue Euregio diretta da Enrico Maria Milic. Se riduciamo il Mediterraneo alla linea Grado, Monfalcone, Trieste, Capodistria, Pola, qui si passa spontaneamente da una lingua all’altra, da un dialetto italiano, sloveno, croato all’altro e la gente sa anche il tedesco. Per non parlare dell’inglese, che lo parla anche l’ultimo mona in Nuova Guinea.
Obiettivamente queste lingue si sono sempre comprese tra loro. Sempre ci si infiltrava l’una nell’altra. Io ovviamente esagero nel mio scrivere, perché ci butto una replica in italiano e l’altra in croato. Ma nelle taverne in Istria questo lo potete sentire. Sarà vero che magari attorno allo stesso tavolo non si parlano tutte le lingue contemporaneamente, ma nello stesso spazio si. Non sono solo in questo. C’è Patrizia Vascotto col Gruppo 85, Marko Kravos, il Forum Tomizza, il Motovun Festival, la redazione della Battana colle impaginazioni multilingue. Tutto questo appartiene alla nostra eredità culturale mediterranea. Reciprocità. In questo entrate dall’inizio dell’estate al primo autunno.

– Cosa sono allora i confini? Qui in due generazioni il confine politico è passato dalla Cortina di ferro a Schengen. Ambedue i confini sono relativi. I confini linguistici sono invece reali.

Certo che sono reali. Perché sono contemporaneamente anche confini tra culture. Ma allo stesso tempo abbiamo anche l’esperienza di cinquecento anni di amministrazione veneziana, che presupponeva la tolleranza culturale su tutta la costa. Ad un chilometro dal mare iniziavano i luoghi dei barbari. Il primo paese sopra Parenzo si chiama Varvari. Lì attorno poi ci sono anche varie Š?avunije. Nelle nostre zone c’è sempre stato il caos. Con questi morlacchi, albanesi, bošnjaki, croati, serbi, montenegrini incantati da Venezia perché ci si stabilissero. Non era difficile incantarli, gli veniva data la terra e l’esenzione dalle tasse. Con cosa poteva identificarsi la gente? Col confine.
Così disse anche Fulvio Tomizza nel ricevere un premio a Treviso. “Mi identifico con la frontiera.” Cosa può significare una frase tanto banale? Accetto il confine. certamente sì. Ma questo significa anche accettare il passaggio del confine, specialmente se vietato, scomodo, strano. Il confine suscita il desiderio di andare là oltre, dall’altra parte. Cosa c’è di più umano? Questo ci tiene in piedi. Questo rimane vivo nella mia generazione sulla costa e credo anche in altre generazioni. Questo è stato piantato in noi da Venezia. In politica economica era spietata. L’Adriatico aveva cinquecento saline. Il sale bianco veniva imballato in sacchi sulla costa da Capodistria a Ulcinj, piombato e trasportato sulle galee a Venezia. Il sale marrone restava per gli indigeni. I tronchi di quercia venivano numerati sul fusto e registrati. Tutto il resto era aperto.
Da dove credete sia venuto Trubar? Uno sloveno dell’interno, certamente. Ma fattosi a Trieste, col goriziano Sebastian Krelj. I primi libri slavi furono stampati a Venezia. Il breviario glagolitico fu stampato là. Si conservano ancora le istruzioni al sindaco di Capodistria del quindicesimo secolo acchè nelle dodici accademie capodistriane siano insegnate “ambe le due lingue Slave”. Non lo slavo, ma le due lingue slave. Già allora qualche sensato consigliere del Doge sapeva la differenza tra la lingua croata e quella slovena. Se vuoi governare i territori locali devi sapere la differenza. La lingua è certamente una barriera, ma è già superata. A Buie e Umago almeno il venti per cento della popolazione sa lo sloveno, così come a Capodistria sanno il croato e l’italiano. Così era ai tempi di Venezia, ai tempi dell’Austria e oggidì. Bisogni, interesse, commercio e dopo la curiosità.

– Nei suoi scritti offre l’idea di coesistenza, parallelismo, incrocio, mescolanza.

Si. Si. Si.

– Dà un identità positiva al territorio che nei testi scolastici si presenta come Israele e Palestina. Come un susseguirsi di conflitti. Dove trova l’interpretazione positiva?

Non me la sono inventata. E non sono un ingenuo, se è questo che crede. Posso annoiarla coll’odio fino a farla diventare nero. Apposta sono tendenzioso e creo un mondo virtuale di coesistenza. Se sono immaginifico e fantasmagorico sono in buona compagnia nel Mediterraneo. Lo era anche Niccolo Tommaseo. Nel 1848, quando tutta l’Italia si preparava all’unificazione, diede il via ad una rivolta a Venezia. Era un croato di cultura italiana proveniente da Sebenico. Nikola Tomaš divenne Niccolo Tommaseo, autore di una serie di vocabolari italiani che D’Annunzio portò con se in aereo nel bombardare con volantini Vienna e Pola. Così Angelo Vivante, Fausta Cialente, Fulvio Tomizza, Kosovel. Kosovel avrebbe dovuto portare a termine l’opera di Gregor?i?. Finire i dannati italiani. Terminare l’opera coi dannati italiani. In autunno arriva una cesena in Carso e il cacciatore la uccide. E l’altra parte. L’Europa giace, Lubiana dorme. Con un po’ di coscienza sociale e tanta libertà si crea questo modo, ma esso esiste già da cinquecento anni. Già sotto l’Austria nascevano a Trieste, Pola e Fiume i banchieri, armatori, grandi mercanti sloveni, croati e boemi. L’Austria era l’erede dell’internazionalismo veneziano. Le esperienze degli slavi meridionali del ventesimo secolo non bastano per comprendere questo mondo. Prima di questo c’erano sette secoli almeno di qualcos’altro.

– Anche se la convivenza è finzione, vale la pena di costruirla.

Vogliamo essere realisti? A Trieste, a Gorizia ed in Istria era o noi o loro. Il motivo era il territorio, come a Srebrenica. Tutto il resto è letteratura. Comunque a vincere era la vita della gente comune. Fascismo su, fascismo giù, guerra di qua, guerra di là. Hai venti ettolitri di vino. Di cinque ne hai bisogni tu, ci paghi le tasse, il resto lo devi vendere. Devi andare dall’italiano, che è mercante. Mio padre aveva otto buoi, cavalli, asini, mucche. Il fabbro italiano veniva a ferrare da noi. Bisognava vivere. La formula della coesistenza è una formula europea prima dell’Europa.
Le quattro ragazze Wieselberg di Fausta Cialente è il più bello dei romanzi triestini, più bello di Tomizza. Aveva vissuto per molto tempo ad Alessandria, dal punto di vista letterario la città più ispirante del Mediterraneo. Ci sono almeno venti autori che parlano continuamente di convivenza. Quando venite dall’Europa in Mediterraneo e saltate di roccia in roccia nudi siete al centro del modo reale.

– Negli ultimi decenni c’è una nuova categoria nel nostro vocabolario. Andare in Europa. Accedere all’Europa. Accessione. Cosa ci portiamo dietro, oltre che il sole ed il mare?

Il nostro contributo è immenso. Non abbiamo Rosseau e Diderot, ma abbiamo Herman Slavinc nel dodicesimo secolo. Herman Dalmatini lo chiamavano. Era un monaco gerarchicamente insignificante di Žminj. Il vescovo di Toledo lo mandò ad Alessandria d’Egitto assieme all’abate inglese. Il clero spagnolo era in contatto con i Mori. Il contatto non era solamente in punta di spada. Tramite la filosofia e la poesia persiana ed araba giunse notizia dei manoscritti greci dell’antichità. Herman il Dalmata venne mandato ad Alessandria perché riporti i testi greci tradotti in arabo, visto che i suoi predecessori avevano messo al rogo quei libri. Non solo i libri pagani della Grecia antica, ma tutto quello che non era cattolico. Gli europei andarono in cerca dei propri libri in Mediterraneo. Il Dalmatini era uno di quelli che hanno riportato i libri. Cosa su cui in seguito scrisse anche un proprio libro.

– E dopo il dodicesimo secolo?

Il sedicesimo secolo. Il contemporaneo di Trubar Matija Vla?i? Iliri da Albona: il primo dei nostri, diceva Lutero. Quando si ribellò all’accordo col papa divenne “quella serpe illirica”. Cosa fecero Vla?i?, Sebastjan Krelj e Trubar? Vla?i? chiese alla nobiltà di aprire a Regensburg un università slava. Gli ridono dietro, ché è solo lui e qualche monaco. E lui dice va bene, facciamola a Klagenfurt. Attento! Nell’anno 1520! Penso che il nome Slovenia sia stato pronunciato formalmente per la prima volta appena a Šempas. Trubar parla di carinziani, di carniolani ed anche di sloveni. Non so a chi pensasse, non l’ho letto abbastanza in dettaglio. Però loro pensavano politicamente. Distinguevano i bošnjaki dai croati, i croati dai serbi, i serbi dai bulgari. Nel quindicesimo secolo, quando sarebbero dovuti essere fanatici del purismo religioso e niente altro. Poi c’è Andrija Mohorovi?i?, da cui prendono il nome strati geologici della Terra. Uno dei nostri.
Andate a Hvar. Là ci sono tre monumenti a me molto cari. Uno all’inventore della dattiloscopia, nato in quella città. Uno a quello che ha tolto la bandiera italiana dal Re d’Italia durante la battaglia di Lissa. Il terzo è quello che amo di più. “Qui Ivan Cari? pescò cinquecento barili di sardelle nel giorno tal del tali dell’anno mille ottocento e qualcosa.” Questo è il Mediterraneo. Non ci sono croati, ne serbi, ne imperatore, ne bandiere, ne vittorie ma un uomo che pescò cinquecento barili di sardelle, ogni barile pesava quaranta chilogrammi.
Conosce la Riva degli schiavoni a Venezia? Riva nostra è. Non l’hanno chiamata così con intento offensivo. I veneziani erano gente fine. Gli irredentisti triestini diedero a questo nome un significato solamente offensivo, certamente implicito in esso. Schiavo, barbaro, š?avo. I veneziani hanno dato il nome alla banchina in segno di gratitudine e ammirazione. Gli schiavoni erano capitani di mare, Marin Drži?, Ruggiero Boškovi?, Gunduli?, Jurij Dalmatinec. Erano scultori, filosofi. Petris. Petri?. Petronio. Uno dei più noti filosofi del sedicesimo secolo. Nato a Cherso. Cos’abbiamo dato? Se abbiamo dato Kocbek e Kosovel è più che abbastanza. Per me Kosovel è uno dei pilastri della poesia europea. Abbiamo dato tutto. E ricevuto, ovvio.

– Il suo dramma Riva i druži ci indica un mondo differente. Tutto quel che sapevamo su come gli italiani se ne sono andati dall’Istria viene capovolto.

Anche tutto quello che avevo imparato da figlio di un eroe nazionale.

– Ora tutta la storia viene interpretata in chiave politica. Cos’è successo dopo la guerra in Istria per averlo dovuto cancellare dalla memoria. Che storia ci racconta?

È successo quello che è più duro ammettere. Elio Vittorini. Comunista, partigiano e brillante scrittore, che negli anni Trenta portò la letteratura americana in Italia, lo ha tematizzato bene. Tutto il modo dell’arte inorridì per il bombardamento di Dresda. Churchill rispose cinicamente che il popolo tedesco deve essere punito, non solamente Hitler ed i nazisti. Vittorini lo affianca rifacendosi al diritto cristiano alla vendetta ed alla punizione. Questo nell’anno 1944, quando gli italiani linciano i fascisti nelle proprie città. Quando i partigiani italiani liberavano una città del Nord Italia subito i fascisti finivano nelle foibe. Solo attorno a Milano e Bergamo sono stati uccisi circa ventimila fascisti. Gli davano la caccia per le strade e li uccidevano a coltellate, a colpi di mattone, li impiccavano. Di questo non se ne parla. Pasolini sfiorò l’argomento in Salò.
Cos’è successo allora in Istria? In Istria gli italiani furono oggetto di vendetta e di una punizione spaventosa. La punizione fu spietata. Per questo ho scritto Riva i druži. Come la vittoria anche la punizione ha profonde radici storiche. Uno dei Stuparich scrisse che nell’incendio del Narodni dom aveva visto anche l’incendio che avrebbe portato via gli italiani da queste terre. Questo è un terreno infido. Una tale punizione non può essere giustificata giuridicamente. Tre o quattro mila italiani furono uccisi. Italiani, fascisti, civili, difficile a dirsi. Comunque gente disarmata. I partigiani croati e sloveni uccisero questa gente senza processo durante e dopo la guerra. Questa non è giustizia. Questa è punizione e vendetta.

– Abbiamo in tali circostanze diritto alla vendetta?

Sì. Abbiamo diritto alla vendetta. Questa è l’unica cosa che ci giustifica. Mi vergogno un po perché nessuno ha mai scritto del diritto alla vendetta. Janez Stanovnik ci è andato vicino. Presso la Gramozna jama disse che quando il signor Fini fosse andato alla Gramozna jama i partigiani sloveni sarebbero andati alla foiba di Basovizza. Abbiamo diritto alla vendetta. Quando il vincitore entra in Gerusalemme si abbandona alla passione ed al trionfo. E la popolazione paga un tributo di sangue. Questo tributo è sempre sproporzionato.

– Nel libro e nel dramma non si entusiasma per nessuno.

No. Certamente no. Sarebbe indecente.

– Neanche condanna nessuno.

Non mi passa neanche per la testa.

– Non scrive la storia?

Meno che mai.

– Cosa fa allora?

Due motivi. Volevo scrivere un romanzo che sfuma nell’antiromanzo e demolisce i tabù. L’ho scritto nel 1983. Qualche anno dopo la morte di Tito. Avevo letto Manhattan Transfer di John Dos Passos. Questo mi aveva ispirato. Fiction-faction. Il motivo concreto per cui iniziai a scriverlo durante le sedute del comitato esecutivo del comune di Pola, di cui ero vicepresidente, fu il romanzo La miglior vita di Fulvio Tomizza, che avevo tradotto. In me aveva risvegliato il bisogno di fare in modo che noi slavi meridionali ci dimostriamo di animo nobile e larghe vedute e mostriamo quel pentimento mostrato da Fulvio Tomizza. Il suo personaggio è il campanaro Martin Crusich che sopravvive a quasi tutto il ventesimo secolo. Cambiano gli stati, cambiano anche i preti. Slovacchi, austriaci. Italiani, croati, di nuovo italiani. Lui resta vivo, il figlio muore da partigiano. Quando i partigiani entrano a Materada, lui urla.
“Ma dove è il mio Antonio?”
Una giovane partigiana gli accarezza la guancia in lacrime e gli dice:“Verrà. Verrà il tuo Antonio.”
Lo avevano ucciso loro.
Quella volta c’era la zona B. La gente se ne andava. L’esodo. La gente aveva assaggiato il comunismo ed il collettivismo e se ne andava.
Lui, lo stesso Martin Crusich a cui avevano ucciso il figlio invece gli diceva: “Ma dove andè? V pi?ko vaše matere, budale. Restate qui.”

– Sembra come avesse scritto di sé.

Certo che scrivevo di me. Tre dei miei familiari erano fuggiti, da croati, dall’Italia nel Regno di Jugoslavia. Lo zio di mia madre Branko Gašpar era del TIGR. Gli diedero tre volte novantanove anni di lavori forzati e se la svignò. La sorella del nonno con la famiglia, parenti di papà colla famiglia. Tutti fuggiti in Jugoslavia davanti agli italiani. Tutte e tre le famiglie qualche anno dopo scappano a Trieste. Avevano paura del comunismo e volevano vivere meglio. Fuggono. Ora sono in Australia, in Uruguay, in America. Uno scrive sempre di sé.
Gibboni, credo, canta quella canzone che fa “dev’essere che è più facile morire che chiedere scusa alla gente”.
Bene, il IX° Corpo e la 43. Divisione istriana non ammetteranno mai. Avevo chiesto ai miei partigiani.
“Bene, li avevate catturati. Ma occorreva proprio ucciderli e buttarli giù?”
“Zitto, mulo. Non mischiare la merda vecchia.”
Questa è una buona risposta. Non mischiare la merda vecchia.

– Invitante, perché non è poi tanto vecchia. Parliamo nel giorno in cui alle otto del mattino la banda marcia per Zara, a Knin e qui a Iž sventolano le bandiere. Festeggiate la giornata della vittoria perché in questo giorno è terminata l’operazione Tempesta e Knin è stata liberata. Una brillante vittoria militare. Complimenti.

Grazie.

– Ci sono molti motivi per festeggiare. Il generale Gotovina, che aveva condotto l’operazione, è invece all’Aia accusato di crimini di guerra. Due settimane fa a Belgrado è stato catturato Radovan Karadži?…

Che aveva ordinato il massacro di Srebrenica ed è colpevole della morte di duecentomila mussulmani.

– Riva i druži è una storia attuale. Ho visto la prima al Teatro austriaco di Fiume, la città da cui nel 1954 furono cacciati gli italiani. Niente di strano che la sala fosse piena, la gente veniva a vedere la propria stessa storia.

Sono stato nella cittadina di Lissone, vicino a Milano, dove comanda la Lega Nord. Gli italiani hanno due festività. Una è il Giorno del ricordo, una la Giornata della memoria. Una partigiana, una per gli esuli. Non so quale è per chi. A Lissone le hanno festeggiate nello stesso giorno e mi hanno invitato a parlare. Dovevo parlare agli studenti di teologia.
“Ma voi sapete chi state invitando? Io sono, sapete…” avevo balbettato.
“Sappiamo, sappiamo. Proprio lei ci hanno raccomandato.”
Quando Avdi? e Kadijevi? e Mladi? bombardavano la Croazia i cattolici di Lissone portavano aiuti umanitari a Pola.
“State chiamando il lupo a far la guardia alle pecore. Sapete di cosa scrivo?”
“Sappiamo, proprio per questo.”
“Va bene. Vengo.”
Lì ho imparato un’espressione nuova. Duro come un croato. Dur com un croat, in questo dialetto più vicino al francese che all’italiano.

– Interessante. Perché?

C’era uno storico e gli avevo chiesto come mai.
“Per via della marcia di Radetzky, no?” mi rispose.
Quando ebbe bastonato gli italiani a Solferino diede all’esercito tre giorni di libertà, ché si divertisse in città. Così facevano gli eserciti vittoriosi. Dai la caccia alle donne, entri di forza nei negozi, fai quello che ti pare. I croati, di cui la metà erano serbi della Krajina, erano ovviamente più entusiasti dei tirolesi e dei boemi. Se sei libero non ci sono confini.

– Non farò prediche o atti di apostolato.

Per le guerre balcaniche non ci sono giustificazioni. Potrei trovarla solo nell’unica vittima collettiva. Nei bošnjaki. Nei mussulmani bosniaci. Fino a Dayton furono vittime e nient’altro. Semplicemente perché non sono macellai. Tutti gli altri lo siamo. Punto.

– Quando questo si ripete, è il Ruanda Africa e noi invece Europa? Com’era ai tempi di Trubar? La guerra dei Trent’anni. Soldati tedeschi cristiani bruciano città tedesche cristiane e violentano donne tedesche.

Tiriamo linee parallele? Facciamolo. L’unico crimine collettivo della Seconda guerra mondiale rimasto impunito è il fascismo italiano. Hanno processato il generale Mario Roatta, fuggito in Spagna tramite il Vaticano. La storia è semplice. Socialisti e comunisti avevano dopo la guerra più del cinquanta per cento dei voti. Togliatti, che era ministro della Giustizia, comunista, firmò il decreto di amnistia. La Germania ha fatto una denazificazione profonda, il Giappone la demilitarizzazione. Gli italiani non hanno pagato per i propri crimini. Per questo c’è stata l’amnesia. Oltre a Giorgio Bocca, che si fa beffe delle foibe e dice che al 16 maggio 1945 eravamo alleati di Hitler, cosa volete di più?

– Forse Gotovina là è quello colle mani più pulite.

Molti altri dovrebbero essere all’Aia. Per la morte di qualche centinaio di vecchietti che non vollero, non poterono, lasciare la Krajina. Questa è una macchia sulla vittoria. Così come è una macchia sul IX° corpo e la 43. divisione. E la Vuja. L’Amministrazione militare dell’Armata jugoslava.

– Non è un bene che la vittoria non sia limpida? Che con la vittoria è difficile celebrare la guerra?

Forse una macchia è un bene. Quindicimila anni di storia ci offrono la gloria militare. Da quel fesso alle Termopili che corse, informò Atene e morì, agli elefanti di Annibale, il IX° corpo, la Legione nera, i bianchi, i domobranci ci offrono la gloria delle armi ed il giuramento a Hitler come atto patriottico. Il mio dramma ha successo perché in Slovenia ed in Croazia è ancora vivo l’ambiente antifascista. Oltre al fatto che sono un buon autore. Mi sono preso il diritto di dire tutto quello che voglio. Non me ne importa.

*** 

Scheda di Milan Rakovac

Nato il 12 dicembre 1939 come Emilio Luciano Racozzi nel paese di Rakovci presso Parenzo, dove sotto al monumento agli eroi nazionali è sepolto suo padre Milan Rakovac.
Redattore del foglio scolastico ?ir fu premiato per il suo primo racconto giovanile.
Fece carriera come ufficiale di marina e comandò una motosilurante col grado di tenente di vascello.
Coll’orchestra della marina cantò Tintarella di luna, When the Saints, Prozor zamagljen, Hello Josephine in giro per la Dalmazia.
Lasciata la marina divenne giornalista, vicepresidente del consiglio comunale, pubblicista, redattore del Glas Istre, poeta, romanziere, organizzatore del Forum Tomizza.
Ha pubblicato i volumi Priko U?ke, Riva i druži li caco su nasa dizza, Sliparija, Haluji li sunce ditesino zlatno, Snovid, Istragram: štorije in uganke, La Triestina e qualche migliaio di articoli, saggi, poemi ed altri scritti in un linguaggio di sua invenzione.

Riva i druži è stato adattato per il teatro nel 2008.

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