19 Maggio 2008

Telsen Sao: vent’anni dopo si riaprono le indagini. Chicca noir dal pordenonese. Toni Capuozzo racconta.

 

A volte si rovista nei delitti del passato solo per sfuggire a quelli del presente. Se nel caso di Annalaura Pedron, uccisa vent’anni fa a Pordenone, a spingere gli inquirenti a una nuova inchiesta sono state delle possibilità tecniche, come l’esame del Dna, allora inesistenti, per me è semplicemente il ritorno sul luogo di un delitto non dimenticato, perché avevo provato a raccontarlo, allora, sulle pagine di una rivista scomparsa da tempo, Dolce Vita, diretta da Oreste Del Buono. E già questa rassegna di cippi dimenticati – la rivista scomparsa, scomparso quel direttore cui ero affezionato, e la vittima avrebbe oggi quarantuno anni – aiuta a capire come il delitto sia, pure nella sua follia sempre diversa e sempre uguale, uno specchio dei tempi, una lacerazione delle convenzioni e del tessuto sociale. Ero andato a Pordenone perché la conoscevo: la città degli elettrodomestici, che aveva attraversato tutte le rivoluzioni industriali, dai molini alle fornaci agli stabilimenti tessili. Una città che mi sembrava con poco passato, e avida di futuro. Prima l’avevano chiamata la Manchester italiana, poi la Milano del Friuli, quando ancora non esisteva il nord-est. Era diventata capoluogo di provincia nel 1968, ed era cresciuta, né brutta né bella, e forse solo un po’ priva di anima, di un’identità che non fosse questa rincorsa al futuro. Così mi sembrava, allora, quando cercai di raccontare la storia di Annalaura, la figlia maggiore di una famiglia normale, una vita normale in tutto tranne in un dettaglio: frequentava la setta di Telsen Sao, fondata da Renato Minozzi. Che anch’egli era stato una persona normalissima, responsabile di uno sportello bancario all’interno della base militare di Aviano, fino a quando un ictus non lo ridusse in coma. Al risveglio, più che guarito, era trasformato. Prese a dipingere soggetti lunari e inquietanti, e a comportarsi come chi aveva compiuto un viaggio al limite delle cose, e oltre. L’unico viaggio documentato, in realtà, è a Stonehenge, e il ritorno è il ritorno di un profeta, di un santone che incomincia ad attirare seguaci. Sembrò a me, allora, che quella setta riempisse un vuoto, e non fosse neppure del tutto casuale che una delle prime adepte alla setta risultasse essere la moglie del direttore generale del Gruppo Zanussi. Una cinquantina, i seguaci, e in città i sospetti di orge e di riti iniziatici si incrociavano con le storie di eredità ingoiate: pazzo ma furbo, il Minozzi, dicevano. Tra i seguaci, con il nome di Eviana, c’era Annalaura Pedron. E con il nome di Narcos, il suo ragazzo, Pietro.

Annalaura venne uccisa mentre accudiva, da baby sitter, un bambino, una mattina di febbraio. La trovarono con i pantaloni della tuta da ginnastica abbassati, soffocata con un nastro adesivo, e sfregiata. Una sola certezza. Aveva aperto volontariamente la porta al suo assassino. Le indagini, per quanto tutti gli adepti venissero interrogati, e si speculasse a lungo sul desiderio espresso da Annalaura di lasciare la setta, qualche tempo prima, e si verificassero gli alibi di tutti, a cominciare da quello del fidanzato non condussero a nulla. Non c’erano trasmissioni televisive che se ne occupassero, non ci furono editoriali pensosi sui viaggi astrali della setta e sul nuovo spiritualismo, e non c’era neppure allarme sociale: la storia venne dimenticata.
La città, adesso, è un’altra città. La Zanussi non c’è più, si chiama Electrolux, è di proprietà svedese, ma di nuovo sull’orlo di essere ridimensionata. Nello scorso anno dalle linee di Porcia sono usciti 400 mila pezzi in meno, e in questi giorni di scioperi la crisi ha nomi suggestivi: la crisi del “freddo”, i frigoriferi, e la crisi del “bianco”, le lavatrici. La città si è reinventata senza più una monoproduzione: è tante cose diverse, insieme. Non si può più imputarle assenza di cultura, visto che ha una rassegna di libri tra le più felici d’Italia, Pordenonelegge. E non si può più imputarle l’assenza di passato, perché il passato, adesso, è quella cavalcata industriale dimenticata. E adesso quelle macchie di sangue – e la caparbietà di qualche giudice, e le nuove tecniche – sono tornate come un pezzo di archeologia, come una tomba etrusca che ci dice qualcosa sulla vita degli etruschi, come un relitto. E hanno indicato un naufrago conosciuto. Un certo David Rosset, che lavora in un negozio di informatica, e che aveva quattordici anni, all’epoca del delitto. La sua famiglia frequentava la setta. La madre aveva fornito, come tutti, un alibi inoppugnabile: era andata dall’estetista, accompagnata dal figlio. E del resto nessuno aveva pensato seriamente a indagare un ragazzino, e neppure si era chiesto come mai avesse saltato scuola ( si stanno cercando, senza successo, i registri di quell’anno scolastico). Secondo l’accusa il sangue che non apparteneva alla vittima e che venne trovato sulla scena del delitto è di David Rosset. Secondo l’accusa la madre avrebbe avuto un ruolo decisivo nel coprirlo. L’ipotesi degli inquirenti è semplice: il raptus di un innamorato respinto, la madre che dispone la scena del delitto per depistare le indagini, il patto di un silenzio lungo 20 anni. Il sospettato e la sua famiglia hanno reagito con il silenzio, e la loro difesa ha vinto la prima battaglia: nessuna incarcerazione. L’unico a parlare è stato Renato Minozzi, che ha ricordato come Rosalinda Rosset, la madre del sospettato, fosse una “pilotessa” nei viaggi astrali della setta, sciolta da tempo. Ha detto che non si sente in colpa, come non si può sentire in colpa un parroco per un delitto commesso tra parrocchiani. Che non è pentito, che rifarebbe tutto. Che spera si arrivi alla verità e che i giudici non si facciano intenerire dai vivi, ma pensino ai morti, e si faccia giustizia. Nelle fotografie d’archivio delle cerimonie della setta, il quattordicenne, seduto dietro alla madre, appare serio e compunto. Se è andata così, i misteri sono lunghi come il tempo. E, più che il delitto da quattordicenne, sono i vent’anni successivi, mentre intorno tutto cambiava, a rendere così povera la verità indiziaria, alla fine.

Toni Capuozzo

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2 commenti a Telsen Sao: vent’anni dopo si riaprono le indagini. Chicca noir dal pordenonese. Toni Capuozzo racconta.

  1. Avatar silvia pedron

    Sono Silvia,la sorella di Annalaura.Stamattina, girogavando per internet, ho trovato questo articolo, di cui non conoscevo l’esistenza. Ho un amico in comune, se così si può dire, con Toni Capuozzo,ma lui non lo sà, poichè io oggi vivo e lavoro a Udine.
    Ci sono accenni importanti in questo racconto che pochi della stampa locale hanno avuto la memoria o il coraggio di scrivere, e non avevo dubbi che la sagacia di un giornalista ‘fuori’ dai limiti territoriali potesse notare e riportarli sulla carta così diretti. Unico neo, sto ancora pensando se la fine di quanto letto mi soddisfi o meno. Silvia Pedron

  2. Anche al sottoscritto – al pari di Silvia – il finale dell’articolo suona strano. Strano perché… non capisco cosa voglia dire, dove voglia andare a parare. A dire il vero, nemmeno il resto convince molto. Ma che importa! Abito a Pordenone da una vita e vorrei parlare della foto che fa da cornice all’articolo. Conosco diverse persone che vi sono rappresentate. Una delle due donne sul lettino “astrale” è attualmente indagata per favoreggiamento e vilipendio di cadavere. Non male, vero? La persona in piedi che “finge” di controllare all’orologio i battiti cardiaci della “pilotessa” è un amico dei vecchi tempi del caffé Sesso! Un nome e un programma… no, solo un nome. C’è una sola cosa d’interessante nell’articolo… le dichiarazioni del Minozzi. Degne di una miglior causa. Noto solo una cosa, e per inciso: ad oggi, 11 settembre 2008 e a mia memoria, non ricordo nessun intervento di contestazione e sbugiardamento per tutto quanto attiene alla tematica viaggi astrali, pilotesse & pitonesse. La foto in questione chiarisce tante cose, anche perché è un fotogramma tratto da un video girato dalla “setta” medesima. VIdeo prodetto pochi mesi dopo l’omicidio e che grazie al viaggio “astrale” così documentato avrebbe dovuto chiarire il come quando fuori piove del mistero… video in mano alle autoreità competenti da decenni: delirio, impunità, protezioni in alto loco, con bolla del pontefice in gotico cretino.
    Azzalùt!

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