Pubblichiamo una recensione del libro che verrà presentato giovedì 15 maggio alle 18.30 presso Knulp, a Trieste, in via Madonna del Mare 7/A
E’ appena uscito per le edizioni Kappa Vu un volume collettaneo curato da Roberta Michieli e Giuliano Zelco, con un’introduzione di Alessandra Kersevan.
Il titolo del libro è ‘Venezia Giulia – la regione inventata‘. I saggi compresi al suo interno sono firmati da studiosi e appassionati di storia dalla formazione eterogenea. Nell’insieme osservano uno spettro cronologico molto ampio, ma per la maggior parte si concentrano sulle vicende del tardo Ottocento e del Novecento. Tutti intendono mettere in luce circostanze e aspetti di storia della Venezia Giulia che gli autori considerano trascurati, travisati, ignorati.
Da chi? Piuttosto genericamente, l’introduzione dice dalla generalità dell’opinione pubblica italiana. In particolare, risulterebbe poco o per nulla nota la presenza al confine orientale di altri gruppi linguistici e nazionali. Fatti largamente sconosciuti sarebbero la snazionalizzazione operata dal fascismo ai danni delle minoranze slovene e croate, le responsabilità italiane nella Seconda guerra mondiale, l’invasione e l’occupazione della Jugoslavia, i crimini di guerra di cui si è macchiata l’Italia.
Ora, ammettiamo che questa ignoranza sia reale. Limitarsi a constatare l’ignoranza di questi fatti significa però affrontare un corno solo del problema, e naturalmente il corno che fa comodo all’impostazione generale del libro.
Il punto, in realtà, è che per lungo tempo è l’intera storia del confine orientale a essere stata rimossa dalla storiografia e dalla coscienza pubblica in Italia. Lo sono stati gli episodi in cui – per parafrasare Enzo Collotti, citato dalla Kersevan – l’italianità è risultata “sopraffatrice”, tanto quanto quelli in cui è stata invece “offesa”. Per diversi decenni in Italia non si parlava, o si parlava relativamente poco di snazionalizzazione degli sloveni e dei croati. Ma una cappa di silenzio altrettanto indecorosa copriva pure la vicenda delle uccisioni di massa degli italiani nella Venezia Giulia tra 1943 e 1945 (le “foibe”) o la tragedia dell’esodo.
Non solo nell’introduzione, si afferma che l’opinione pubblica italiana su questi problemi è in qualche modo vittima di una “perdurante” retorica nazionalista. Anche qui però senza fornire alcun dato di appoggio. Poi – sforando davvero il limite del ridicolo – si afferma che questa retorica serve ancora oggi a nascondere e preparare “possibili ed eventuali” disegni espansionisti verso gli Stati della Slovenia e della Croazia. Viene da chiedersi se chi ha scritto queste righe abiti in Italia, se abbia sotto gli occhi quotidianamente la situazione in cui versa questo Paese.
In ogni caso, “Venezia Giulia” non è un nome inventato dall’“imperialismo”, ma dall’irredentismo italiano. E non ha svolto soltanto la funzione di giustificare le passate imprese di conquista ed espansione dell’Italia. Oppure quella di “cancellare la presenza degli sloveni e dei croati” (cito da Wikipedia alla voce corrispondente, curiosamente in sintonia con le tesi di questo libro). Ma è un concetto che è stato utilizzato anche da ambienti politici e culturali che avevano motivazioni e progetti ben differenti.
L’irredentismo è un fenomeno molto composito, caratterizzato dalla compresenza al suo interno di diverse anime, alcune delle quali storicamente contrapposte al nazionalismo come ideologia e all’imperialismo come politica di assoggettamento economico e politico.
Queste correnti vengono associate comunemente sotto la categoria di irredentismo democratico. In un’epoca in cui in tutta Europa la nazione diveniva sempre più un criterio centrale di organizzazione degli Stati e della definizione dell’identità degli individui, gli irredentisti democratici si ponevano l’obiettivo di unire in una stessa comunità nazionale-statale i gruppi di italiani insediati sulla sponda orientale dell’Adriatico: ma nel rispetto della libertà delle altre nazioni. Un rispetto non limitato alla forma, se è vero che alcuni settori di quell’irredentismo avevano elaborato delle teorie non del tutto da buttare in tema di gestione democratica del problema delle minoranze.
Si dirà – come al solito – che questa corrente dell’irredentismo, nella prima metà del Novecento, si è rivelata politicamente debole ed è stata sconfitta alla prova della storia. Benissimo. Si tratta di uomini e donne in buona compagnia, dal momento che hanno condiviso il destino dei liberaldemocratici di tre quarti dell’Europa del tempo: quella “schiuma della terra” – come li appellava Adolf Hitler – dispersa dalla violenza dei mostri speculari del totalitarismo politico dagli anni Venti in poi.
Insomma, il tentativo di screditare la denominazione di “Venezia Giulia” attribuendole un’origine, ma soprattutto un’essenza solo nazionalista e imperialista va incontro al fallimento. E appare strumentale. Perché fa trapelare piuttosto il vero fine del libro, un fine per nulla storiografico ma tutto ideologico. Che è quello di opporsi, e di negare alla radice, il processo storico che ha portato la Venezia Giulia a diventare anche italiana. Quello cioè che si vuole combattere, neppure troppo sottotraccia, è il senso stesso, è la legittimità storica e morale di definire italiana questa regione.
Pur non avendo mai avuto valenza amministrativa fino al secondo dopoguerra, e rimanendo sempre imprecisata nei suoi confini, nel linguaggio politico-culturale italiano con “Venezia Giulia” si tendeva a definire i territori a oriente annessi dall’Italia dopo la Prima guerra mondiale (con o senza Fiume, ed esclusi quelli in Dalmazia), persi in gran parte dopo la Seconda.
Nell’introduzione si richiama una grande pagina dello storico italiano di origini istriane Ernesto Sestan, nella quale era descritto il carattere esasperato assunto talvolta dal sentimento nazionale italiano nelle terre di frontiera. Vale la pena ricordare qui una sua pagina altrettanto grande. E’ quella in cui Sestan spiegava come l’italianità della Venezia Giulia fosse un risultato storico dell’età moderna, perfettamente associabile a quello che ha reso italiane tutte le altre regioni d’Italia. E come l’italianità dell’Adriatico orientale non si potesse ritenere un fenomeno abusivo, illegittimo, in qualche modo stravagante e di “serie b”; bensì era un fenomeno autoctono, e frutto di quella modernizzazione che aveva visto progessivamente italianizzarsi le innumerevoli varietà regionali d’Italia.
Lungi dalle intenzioni di Sestan, naturalmente, sostenere che la Venezia Giulia fosse una regione in blocco italiana; lo storico originario di Albona d’Istria intendeva affermare soltanto che la Venezia Giulia era una regione non solo ma anche italiana. E nei limiti in cui era possibile e giusto definirla tale, italiana allo stesso titolo delle altre.
Era, o meglio era stata. Nel 1967, quando Sestan scriveva le sue considerazioni, il comunismo jugoslavo aveva provveduto nel frattempo a ridurre l’italianità dell’Adriatico orientale ai minimi termini, deformando violentemente e radicalmente l’originaria composizione etnico-demografica di queste regioni.
Beninteso: tutte le realtà umane, comprese le identità di gruppo e in gran parte anche quelle individuali, sono soggette alla storia e prodotte dalla storia. E’ chiaro che la Venezia Giulia non si sottrae a questa caratteristica fondamentale. Ed è ovvio, quindi, che ci sia un fattore di artificialità e di “invenzione” alla sua base. Così come questo fattore c’è a monte della nazione italiana. Ma così come c’è a monte – i libri dei vari Anderson e Hobsbawm non saranno passati invano – di tutte le altre nazioni e realtà geografico-amministrative (Stati, regioni), ciascuna creata ad arte per uno scopo vuoi politico, vuoi economico ben preciso. E una volta creata, ciascuna di queste realtà si è impegnata a perseguire i suoi interessi e i suoi obiettivi, che nel corso del Novecento europeo sono stati spessissimo obiettivi di potenza.
Questo per dire che tutti, ma proprio tutti gli Stati formatisi nei territori etnicamente misti del centro-est Europa sono stati responsabili storicamente di politiche niente affatto tenere nei confronti delle minoranze nazionali inglobate al loro interno. A partire dal 1918, sono stati tutti responsabili di nazionalizzazioni forzate o di espulsioni violente. Gli sloveni e i croati inclusi nello stato italiano, gli italiani della Dalmazia o i tedeschi della Stiria incorporati nella Jugoslavia dopo la Prima guerra mondiale lo sanno bene e rappresentano solo una tessera di un mosaico molto più esteso.
Ogni operazione scientifica che oggi eviti di partire da questo assunto, e non dichiari apertamente questo assunto, perde dall’inizio molta della sua utilità, della sua credibilità e della sua onestà scientifica. Ma qui, appunto, malgrado i buoni propositi che pure ispirano alcuni saggi del volume, nel complesso siamo davanti a un’operazione non storiografica, ma in primo luogo politica.


meteo
forum




- Realizzato da
- L'hosting di Bora.La è offerto da
65 Commenti