Non si può criticare Illy per la sua visione da isolato ma illuminato monarca. Illy è nato politicamente tale e non si è mai presentato diversamente. Di certo non lo criticherò io che mi sento orfano di un amministratore molto più efficiente e lungimirante degli altri politici che ho visto operare in zona e in giro per l’Italia. Chi sono, invece, quelli che dovevano fare rete sul territorio, interpretarne le culture locali, rappresentarne gli interessi economici e lavorativi accanto alla solida visione politica di Illy?
Ammesso, appunto, che mai si sarebbe potuto pretendere troppo dalla lista civica lega a Illy, sulla scacchiera questo ruolo di legame con le comunità locali avrebbe dovuto averlo il Partito Democratico e i partiti prima di esso, guidati da Bruno Zvech, Alessandro Maran e dal resto della loro classe dirigente. Zvech ha detto, dopo le elezioni: “eravamo – lo siamo ancora – convinti di aver impostato un lavoro di ampio respiro”. Io penso invece proprio il contrario: che questo PD così com’è, in particolare in Friuli – Venezia Giulia, non possa aspirare ad aumentare il proprio consenso per diventare maggioranza.
Perchè? I miei punti:
- Creazione della linea politica. Se dal 2001 (247 mila voti raccolti) al 2008 (239 mila voti), malgrado i cambi di denominazioni e la fusione dei due partiti costituenti, il PD non si schioda da una certa quantità di voti, mi pare evidente come ci sia qualcosa che non va nella capacità di ascoltare la comunità su questo territorio, di rappresentarlo nei messaggi che si danno e di riceverne la fiducia.
“Ci siamo svegliati veneto, con le stesse domande, le stesse richieste, le stesse incazzature, le stesse paure“, ha scritto su Bora.La Gian Matteo Apuzzo, dell’anima cattolica del PD locale. Per dirla tutta, a me sembra che il PD regionale non abbia ancora chiaro nella sua strategia che, per affermarsi su questo territorio, deve completamente smarcarsi dall’agenda politica nazionale: i messaggi di Veltroni (e andrebbe capito come viene percepito Veltroni e il PD romano, da queste parti) possono essere buoni per altre zone d’Italia ma sono molto meno credibili per chi vive qua.
Nell’analisi del voto delle elezioni politiche dal 2001 al 2008 questo appare evidente: il PD non si schioda, e a me pare evidente come Illy sia stato spazzato via non per particolari demeriti suoi ma per un voto politico pesantissimo anche alle regionali del 2008. La gente cacciando Illy ha voluto punire , mi pare, soprattutto il centro-sinistra con sede a Roma. - I temi dell’agenda politica. Ho fatto questo test sul blog di Zvech, blog che è attivo da settembre: ho cercato tramite Google se Brunone avesse mai parlato, nel suo diario pubblico digitale, di ‘extracomunitari’, ‘stranieri’, ‘migranti’, ‘immigrati’, ‘immigrazione’. Una sola volta ha usato quest’ultima parola nei suoi post e una volta nel suo programma che, ad ogni modo, sul tema è piuttosto vago e politichese. Se è vero che questo è stato uno dei temi su cui il PD ha perso le elezioni anche in Regione e in particolare tra le fasce più deboli della popolazione (più preda della propaganda televisiva sul pericolo-immigrazione), mi chiedo come Zvech non si preoccupi di gestire questo tema e darvi, ripetutamente, convincenti risposte.
- Poi, prendiamo il caso dell’Euroregione. A differenza dei temi del dibattito televisivo nazional-popolare di cui sopra, l’Euroregione era un’idea da elite, colta, di tendenza multiculturale e pure internettiana, vedi le centinaia di aficionados di Bora.La. Era certamente una visione diversa e innovativa, rispetto al solito scenario geopolitico e culturale, per la nostra regione di confine. Era e non sarà: che, mi pare, quelli di Trieste italiana non faranno proseguire il progetto concepito da Illy nel 2004. Volgiamoci però, ora, al tipo di sostegno che è stato dato dai rappresentanti del PD a questo progetto.
Non saranno solo i miei miseri ganci al gossip politico locale a dirmi che il progetto Euroregionale, nel PD, nessuno se l’è mai filato e, alcune volte, anzi, è stato visto con sospetto. Basta una semplice ricerca sul sito di Bruno Zvech, segretario del Pd, per vedere come il termine “Euroregione” non sia mai stato nominato nel diario pubblico e digitale di Brunone (fanno eccezione: più di un utente che ne parla nei commenti al blog di Zvech; un evento a cui Zvech ha partecipato e in cui l’ex ministro Cesare Damiano ne avrebbe dovuto parlare). Considerazioni burocratiche di politica nazionale invece si frappongono tra l’Euroregione e Maran.
Sull’Euroregione, ovviamente, non si tratta di riscuotere i successi delle folle: ma di avere un’idea di futuro ovvero una visione del cambiamento per questa area di confine che vive da almeno 50 anni ai margini degli Stati nazionali. - Ricambio del gruppo dirigente. Matteo Apollonio ieri mi ha segnalato una interessante tabella elaborata da un’autrice de LaVoce.info (vedi l’articolo originale):
Parafrasando quello che ci ha detto Massimiliano Fedriga, neodeputato ventisettenne della Lega Nord di Trieste, è inevitabile che un giovane che si è formato in un mondo così diverso (mediatico e glocale) dal mondo in cui si è formato un ultracinquantenne (monolitico e nazionale) sappia ascoltare diversamente temi altri rispetto a chi, magari, è nato negli anni ’50. Non ho dubbi che la Lega abbia avuto un buon successo anche perchè, rispetto ad altre organizzazioni come il PD, è dotata di gente più giovane presente sul territorio ad interagire coi cittadini: e a interpretare così nuovi bisogni per nuove dinamiche sociali. Oppure al PD pensano che la cittadinanza abbia le stesse identità e preoccupazioni di venti o trenta anni fa?
Forse in questo senso è significativa la frase di Zvech rilasciata all’Ansa il 15 marzo, dopo le elezioni: “Non ci attendevamo una vittoria della Lega Nord di questa proporzione. Sia a livello nazionale, sia regionale“. Ma il PD regionale non si studia i sondaggi? Non ha professionisti e intellettuali che studiano la società per rispondere ai bisogni della società? - Ricambio culturale: la nostra parte di macerire.
Qua sono dolori.
Do per scontato che un rinnovamento qualitativo della società di questi luoghi, se mai arriverà, di certo non arriverà dall’università nostrana, il luogo per eccellenza della stagnazione autoreferenziale, del clientelismo quello sì localistico, della mancanza di merito e innovazione (qua è significativo come uno come Francesco Russo non dica mai alcunchè in critica alla decrepita qualità dell’università in Friuli – Venezia Giulia). E’ ovviamente grave che qui da noi non si possa sfruttare un’università valida per il rinnovamento sociale come avviene in altre democrazie avanzate.
Invece.
Mi è capitato di leggere un pamphlet di Maran, deputato goriziano del PD intitolato “La spada di Marquando” (versione pdf, ma poi chi xè sto Marquando?). Da quello che capisco il papiro rappresenta bene l’opinione di molti intellettuali e politici influenti nel centrosinistra a proposito della temuta (da loro) diffusione dell’insegnamento del friulano a scuola. Maran (pg. 3, note piè di pagina), evidenzia come un valore l’idea che le istituzioni nazionali debbano promuovere una coscienza nazionale italiana.
A me, la “coscienza nazionale” pare un valore retrogrado, adatto alla soluzione dei problemi dello scorso secolo. Maran potrebbe fare meglio puntando il suo interesse sui problemi collettivi della comunità, potrebbe chiamarlo “senso civico”.
Maran, come tanti della sinistra locale tra cui Rumiz e Segatti, afferma che il sostegno alle identità culturali locali tradizionali possa lanciarci verso una violenza balcanica tra campanili, verso guerre vere tra i cittadini sul territorio della penisola.
Questa visione non pecca solo di sensazionalismo politico.
Come l’oblio dell’Euroregione, l’anosmia verso ciò che puzza ai loro concittadini ‘nordici’ della comunicazione veltroniana e romana, la sordità verso nuove identità sociali e le speranze e le paure che queste identità hanno, a me pare che l’ossessione nazionale repubblicana di Maran e soci riveli altro.
Che per loro l’unico quadro pubblico possibile sia quello dello Stato nazionale. Uno Stato nazionale che è l’unica ideologia da imporre sui cittadini rimasta ai dirigenti e agli intellettuali del PD (non mi sorprende che il venerdì prima del voto Veltroni abbia chiesto a Berlusconi di giurare sulla Repubblica).
Che, quindi, le ragioni profonde della sconfitta del PD vadano rivelate da una decostruzione di questo dio culturale.
Scrive Patrick Karlsen, parlando della classe dirigente del PD:
“non se ne andranno, né a Roma né in Regione. Impermeabili a ogni ricambio, sostanzialmente indifferenti di fronte alla disfatta, pieni di paura e sufficienza verso un popolo che non sanno più capire.
Questa è la classe dirigente che ha partorito il Pci. In fondo, c’era da aspettarsi altro? Il crollo del comunismo è un fenomeno che non ha coinvolto solo l’Europa orientale, ma anche l’Italia. Questa è semplicemente la nostra parte di macerie“.
La cultura che ha partorito il PD, quella dei grandi partiti nazionali della Prima Repubblica, non si cambia con un interruttore: c’è e rimarrà a lungo.
E sono dolori.
Il Pd è finito? Non credo proprio. Continuerà a vivere di rendita per gestire quello che gli resta dei patrimoni sociali – o delle macerie, se si vuole – che gli sono stati lasciati dai due grandi partiti nazionali del dopo-guerra, Pc e Dc. Troppo poco e troppo conservatore per quanto riguarda i bisogni di molti.
Scrivono due antropologi, Rapport e Dawson, che nell’epoca della globalizzazione il concetto di home non può essere lasciato ai conservatori. Home, in senso di casa, luogo, rituali, routine e comunità che si abitano. La nostra home può essere quella della xenofobia e della chiusura oppure quella del sostegno alle identità sul territorio e dell’apertura al mondo. Concentrarsi, e basta, sulle comunità su questo territorio sarebbe un buon primo passo per il progetto di un organizzazione politica progressista.


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