“Perché Corriamo?” di Roberto Weber

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perchecorriamo.jpgQuando prendo in mano un libro di cui conosco a priori il tema centrale,
casco sempre nell’errore di costringere la mia memoria al paragone con i “libri simili”.

Ho passato le 632 pagine di Romanzo Criminale con la testa su American Tabloid di Ellroy.
Convinto che alla fine avrei urlato scandalizzato: “perché cercate in America ciò che avete a Roma?”.

La stessa cosa mi è capitata con il libro di Weber. Un libro sulla “corsa” in cui il Triestino si domanda “perché corriamo?”.

L’errore è stato quello di andare a pescare “A perdifiato” di Mauro Covacich. Un altro triestino che ha messo in sottofondo la passione per la maratona a un romanzo tanto bello quanto sottovalutato.
Se Covacich romanza la corsa, Weber la stende sul lettino dell’analista, la disseziona, la contamina di autobiografia, storia e affreschi di magici periodi e splendidi eroi.

C’è un capitolo centrale al libro dedicato ai grandi campioni della corsa. Weber, lì, tocca splendidamente le corde del destino di un uomo, Ferdinando Mamede. L’ultimo ricordo che ho io di Mamede fu il suo clamoroso ritiro alle Olimpiadi Americane del 1984. In quei diecimila metri stravinti da Alberto Cova.
Mio padre saltava sulla poltrona, mentre io ero ancora sconvolto dall’uomo razzo che inaugurava le Olimpiadi.

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Il Mamede di Weber è splendido, dannato dalla maledizione di portarsi sulle spalle non solo il proprio destino ma quello di una nazione intera: un Portogallo votato alla nuova grandeur dopo la Rivoluzione dei Garofani. E falliva, Mamede. Falliva schiacciato dalla pressione dei grande eventi, dei grandi avversari.

Ai grandi campioni della corsa si alternano le figure locali, eroi e antieroi del proprio tessuto autobiografico cittadino. Come Rigotti, l’ex-calciatore della Triestina, che mentre chiude lo sdraio alla fine delle vacanze si rammarica per l’imminente ritorno “al lavoro”.
Se Rigotti rappresenta la figura dello sport come “disincanto”, Giulio è la “svolta”, è la scintilla della prima passione oer la corsa. Giulio è l’allenatore del Gretta Football Club che recluta il giovane autore per la corsa campestre.

“Perché corriamo?” è un saggio-non saggio, lontanissimo dalla retorica/nostalgia che connota da sempre i libri a sfondo sportivo, sapiente nel mescolare immagini in bianco e nero e vivaci colori per tinteggiare i sentimenti “forti” della corsa: paura, sconfitta, duelli.

Del resto un buon libro sta tutto nel suo titolo: quel “perché” è un percorso originale e unico alla ricerca di un senso che Weber solca attraverso la propria storia di appassionato corridore. Lo trova, un senso, nelle belle pagine finali dove “corsa” è sinonimo di giustizia, di equilibrio sociale, ritrovando l’uguaglianza di fronte a una linea di partenza.

La corsa nel suo aspetto di fenomeno di massa ci appare dunque come un fattore compensativo di inalterabili disuguaglianze e il buffo è che sembra funzionare «a patto che»: a patto che l’impegno sia «totale», a patto che il sogno sia vissuto fino in fondo, a patto che – e qui sta il paradosso – si scordino le mete «assolute».

Costa 8 euro. E’ un Einaudi. E’ davvero bello.

domenica 27 maggio 2007
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 3 Commenti

27 maggio 2007, 17:55

Perché.
Ti supplico.
Quell’accento ha un suo perché.

27 maggio 2007, 23:55

che cosa è successo? andiamo di filo e burro su qualcosa??

esulto, mi congtatulo e linko

http://baotzebao.wordpress.com/2007/05/27/perche-corriamo-di-roberto-weber/

28 maggio 2007, 01:09

Ho corretto tutti i “perché”. Chiedo venia ;)

Di filo e di burro ci vado quando qualcosa mi piace.
Non capita spesso, ma stavolta è capitato.
Se devo trovarci un difetto,
forse la scrittura è un po’ troppo algida.

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