9 gennaio 2007

Come noi nello zoo. Col nostro ‘vittimismo’ esclusivo

history in exile ballingerPer molti triestini imbevuti in conserva di smodate passate passioni nazionali, o anti-nazionali, poter ri-leggersi in un’analisi redatta con impeccabile stile clinico accademico potrebbe essere un’esperienza da lettino dello psicanalista. “History in Exile – Memory and Identity at the Borders of the Balkans” di Pamela Ballinger (Princeton University Press, 2003, 368 pagine, 10 sterline) è, a quello che mi risulta, l’unico studio contemporaneo di antropologia su Trieste e le comunità di istriani, esuli e rimasti. E’ un libro di cui pochi dalle nostre parti conoscono l’esistenza, che deve avere avuto qualche estemporanea recensione sul quotidiano locale e che così implica la dura verità che Ballinger – un cv non male e un interesse su di noi che va dal ’95 fino ad oggi – di tanto in tanto venga dalle nostre parti a osservarci come degli animali nello zoo, prenda appunti, scambi chiacchere, ricerchi negli archivi e dopo ritorni negli States a scrivere. Noi ignari.

Ballinger scrive: “Dai primi giorni del mio lavoro sul campo a Trieste, mi sono trovata immersa in una sfera di mutue recriminazioni e di richiami concorrenti, spesso esclusivi, delle vittime… Ogni gruppo mi ha visto come uno strumento per la sua storia e, prevedibilmente, varie fazioni legate a queste diverse storie esistevano”. E’ una tiritera che, consciamente o no, sappiamo già: leggerla analizzata da un’americana marziana che ci studia è terapeutico.

Ballinger descrive, tramite il lavoro in biblioteche ed archivi e svariate decine di interviste con “triestini” e “istriani” qualsiasi – niente personaggioni – i processi di costruzione, deformazione e manipolazione della memoria storica e dell’identità vissuti in questa città e in Istria dal dopoguerra fino agli ultimi anni. Lo fa dando voce nel suo testo proprio ai cittadini comuni, agli eventi a cui ha partecipato, ai giornali, ai libri di vario genere di cui ci nutriamo da sempre (da Lint in giù….). Sostiene che questa città sia affetta da una sindrome di ‘vittimismo esclusivo’.* Demolisce come ad antropologa si richiede i nostri concetti di etnia e nazione italiana, slovena, croata o istriana che siano. Riduce il problema del “passato che a Trieste non muore mai” come un problema diffuso in molti contesti europei o non-europei che a Trieste – ma a Trieste non solo – si è incancrenito per l’incapacità della classe politica e intellettuale, locale e “nazionale”.

Il problema dell’influenza della memoria sulla percezione che questa comunità ha di sé stessa è ovviamente centrale. E’ una storia che gli esuli sentono infoibata, “dimenticata, cancellata, sepolta”, che gli sloveni sentono oppressa e ammutolita, che i rimasti giudicano manipolata. Che non è stata risolta dal lavoro “ghettizzato” degli storici. Quasi tutti i gruppi di vittime – ma tutti i triestini? – sembra che abbiano perso una fantastica età dell’oro… chi co’ iera l’Austria, chi co’ iera l’Italia…

Pur consapevolmente infarcita di miriadi di nostri eroi – il libro si apre con una citazione di Magris, passa per le Segnalazioni de Il Piccolo e si chiude con una perla dell’ottimo Weber non Max** – Ballinger forse passa per quei difetti stereotipici che solitamente associamo agli americani: qualche nome così diventa storpiato, qualche semplificazione spunta irritante, qualche particolare a noi noto e da lei dimenticato ci pare un inaccettabile sbaglio.

Ma la densità di spunti intellettuali resta stimolante per chi ha voglia di leggersi questo che è, de non desmentegarse, un testo accademico specialistico. Che pone, soprattutto, una domanda importante ai nani boraliani. Ballinger analizza il ruolo dell’idea dell’ibridità nell’immaginario locale, come alternativa contrapposta a Trieste e in Istria ai nazionalismi. E sostiene che, alla fine, l’ibridità che molti di noi sostengono non è che un’altra costruzione esclusiva di discorsi, temi, simboli. Ci va bene la Mitteleuropa con sloveni e austriaci, ma la Mitteleuropa improrogabile da pensare nel 2000 con africani e asiatici ci va bene lo stesso?

Indice del Libro
– Introduzione (pagina web o pdf)
—NOTE—

* qua traduco in velocità “victim-hood” con “vittimismo”. i due termini non hanno lo stesso valore, purtroppo: “victim-hood” è, più o meno, un neutro status dell’essere vittime, o l’insieme dei concetti usati da chi è una vittima per raccontare il proprio stato; “vittimismo” invece ha un’accezione negativa che implica “un fare la vittima” malizioso o esagerato: non è presente nell’originale e se qualcuno ha una traduzione migliore l’apporterò con felicità
** schiusa per chiarezza intellettuale: il mio datore di lavoro

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39 commenti a Come noi nello zoo. Col nostro ‘vittimismo’ esclusivo

  1. valerio fiandra

    perchè non proporne la traduzione? Alla LINT, no, scherzo…

    Ma perchè non inviare questa segnalazione di Milic Bora.la al direttore del Piccolo, Baraldi, magari tramite l’ottimo Weber ( che, per inciso, oggi – 10 gennaio – sul PICCOLO, citando FINZI da un libro pubblicato dalla LINT ” Storia Economica della Città di Trieste ” , che conosco bene perchè l’ho voluto e pubblicato io, nel quasi decennio di direzione, conclusosi nel 2003… Indiferente. Oggi, dicevo, Weber scrive in un editoriale cosette dalle quali la comunità ebraica di Trieste, dal suo appena rinnovato Presidente Mariani, in giu potrebbe utilmente trovare spunti per darsi una mossa…

    Insomma: chiedo a Roberto Weber di chiedere a Baraldi di pubblicare ampi stralci del libro della Ballinger, e se non vuole… FACCIAMOLO QUI A BORA.LA !!!!!!

  2. Matteo

    Credo che l’ibridità non sia una fantasia che noi ci proponiamo di diffondere ai non triestini. Credo che l’ibridità esista, a livello storico (dna), di esperienze diverse vissute su questo territorio, a tratti con un’intensità accelerata e traumatica rispetto al normale ritmo delle cose italiane. Non siamo gli unici ad avere delle peculiarità nel nostro paese, ma non siamo in larga compagnia. Secondo me siamo contemporaneamente i fratelli fortunati dei balcanici ed i fratelli sfigati degli italiani. In entrambe le famiglie vediamo più i difetti che i pregi, e vogliamo bene un giorno ad un padre ed un giorno ad un altro, magari pensando intanto con nostalgia quando lo zio d’austria ci lasciava fare come volevamo e ci dava le caramelle.

  3. ballinger dice (sintetizzo perchè devo ndar via a roma) che dalle nostre parti l’ibridità è un mito creato storicamente come il mito di trieste italiana. certo, lei dice, è vero che ci sono degli esempi di ibridità ‘reale’ (se mai l’ibridità esiste…). però è anche vero che a trieste nessuno degli ‘italiani’ sa lo sloveno, o quasi. e così via giù per altre analisi più approfondite che però desso no te conto perchè desso no rivo, casomai stasera.

    considerate che riporto quello che ballinger scrive, non per forza condivido. ma fa riflettere.

  4. Cenerentola82

    Quindi per ela, Trieste italiana xe un mito, come Trieste ibrida?
    Ma alora in definitiva per ela cossa semo? Sempre se semo qualcossa o se per ela ga senso pensar de gaver una propia identità? Ma sto discorso val solo per noi o val in generale per chinque?

  5. Matteo

    Sull onda de ste discussioni ultime, ma piscianzi xè roian? e sopratuto el spriz bianco va o no con la feta de limon? E sopratuto xè meio co la radenska o co la guiza?

  6. quel che la vol dir xè che ognun vivi nei suoi miti… e ga senso relativo veder qual mito che xè più vero o falso, se no te vardi le pratiche contemporanee… i miti ogi se aferma – come quel che semo ibridi – co’ la storia o i libri o quel che dixi i politici o i giornai o bora.la…

    (mateo: rido, ma no so xè de rider)

  7. Gigeto de borgo

    Secondo mi no semo né fradei culiroti dei s’ciavi né fradei sfigai dei ‘taliani come che disi Matteo, e no gavemo pari e mari de qua e de là, e debegnac etc., e gnanca semo zità de carta come che disi el pangermanista e anca un bic la pellegrini, e gnanca zità “italianissima” come che dise el mulo-menia. par mi semo zità come le altre, né più né meno, e se pianzemo indosso e mentre che pianzemo brusemo la pila de mama&papaci che i ne ga lassà quartieri de dar in ‘fito e dindini de generali e lloyd, e lori che cul i sburta radicio. e montale miga mona lu’ a dir che qua se se odia tuti, cossa no? ogi su “the little” ga fato ben el vice-president dei industri a mandar tuti in namo de strano rema e ‘ndar via! ah, litorali, titini, ‘mericani… ce balutis!!

  8. Cenerentola82

    Quindi in definitiva zercar un’identità collettiva per Trieste (ed eventualmente anche per altri posti) no ga senso?
    Ognidun che sia quel che vol esser, senza zercar de imporghe i propri miti ai altri?
    Quindi Trieste no xe ne italianissima ne Mitteleuropea… ma semplicemnete xe?
    Quindi no ga senso difender nissuna identità (qualunque se pensi possi esser) e quindi gnanche tuto quel che la podessi rappresentar (usi, costumi, tradizioni, dialetto, storia, una squadra de balon o de basket, el presnitz o la jota, la Barcolana o le nozze carsiche)?
    Ma no saria un modo per eliminar tutte le caratteristiche locali ed appiattirse in un unica cultura, un’unica lingua, un’unica massa globale fatta da 7 miliardi de individui senza identità, senza passato, senza storia?

  9. Matteo

    Caro Gigeto, io non faccio parte della lobby sopra visto che generali, lloyd e dindini, a casa mia come in tantissime altre non ci sono mai stati. Sull’aspetto del piangersi addosso, fa più parte della generazione dei miei genitori e di chi per ragioni storiche ha perso ricchezze e terre dopo la guerra, o non lavora più coi “slavi” come nei anni 70 – 80. E’ accertato e dimostrabile di come una lobby di varie persone non proprio giovani abbiano in mano la città ed abbiano tutti gli interessi affinchè non si muova d’un millimetro. E la politica della nostra cittàasseconda il disegno. Non do la colpa al Friuli, non do la colpa al governo italiano. Come persona di 29 anni (credo abbastanza interessata) denuncio il fatto che ogni qualvolta io o altre persone ci siamo confrontate con questo status quo, siamo stati zittiti e messi da parte. Adesso, siccome la piazza e le molotov non sono il mio credo, e ligarme sui pai fora del comun lo fazeva zà quel mazzinian nei ani 80, cossa fasso?

    P.S.: Cenerentola, credighe vanti, no te son sola!!! Semo in tanti! 😉

  10. patrick karlsen

    Mi pare significativo che un libro simile non sia conosciuto e non sia stato discusso in città. Significativo di cosa? Del fatto che abbiamo pochi stimoli, poca energia e pochi strumenti per guardare avanti.

    Tutti quei “miti” hanno origine nella storia della prima metà del secolo scorso e rispecchiano quella realtà. La città non sa trovare la chiave giusta per renderli attuali e utilizzabili nel 2007 (ammesso che si possa, e personalmente penso che si possa almeno per alcuni). E così non fanno altro che paralizzarci. Al posto di rafforzare l’identità collettiva sortiscono l’effetto opposto, ci indeboliscono.

  11. Gigeto de borgo

    Cossa far, Matteo? 3 robe:
    1) emigrar
    2) romperghe le togne al’acegas per farse dar un quartier coi lumi boni a s.anna
    3) farse el daur per cambiar la zità, come: impegnarse in politica, organizar convegni, scriver libri, dir monade qua e là par zornai e radioline, far arte (farla ben), far vignir zente sazia a ts, far progeti insieme a altra zente bona, mandar in ostia quei che ghe pica sempre qualcossa e solo i se grata la panza a barcola (altro che easy-going: covavich, torna a trst, e te vadarà che going che xe!), e no gaver spuza soto la napa, e no dar lignade in viale o in via crispi, ma gnanca far cortei tuto el zorno e fumarse canoni soto i portici.
    forsi l’opzion nunmber one xe più fassìl 🙂

  12. valerio fiandra

    segnalo l’intervento di MARC AUGE’, oggi (11 gennaio 2007) a pagina 41 del corriere della sera, su cultura e identità. A me pare sia utilissimo a chiarire le idee legittime ma confuse che ho scritto e letto nei commenti a questo Post. Uso del dialetto e dialettismo included…

  13. no go la posibilità de legerlo 🙂 riasuntin?

  14. valerio fiandra

    Per i riassunti sono negato, Arlon, e sin da piccolo: non riesco a togliere nulla – dicevo alla maestra, già allora dimostrando una precoce e dannosa mania
    com-prensionista .  Ma sono volenteroso: adesso cerco una via per trovare il pezzo di Augè sul web.

  15. diego chersicola

    ma il punto non è: “la densità di spunti intellettuali resta stimolante per chi ha voglia di leggersi questo che è, de non desmentegarse, un testo accademico specialistico. Che pone, soprattutto, una domanda importante”?

    leggere, no? altrimenti si fa il commento al commento e facciamo la cultura dello spritz. ottima peraltro ma non mi pare quella che suggerisce milic.

  16. Da non triestina che ha vissuto a Trieste tredici anni della sua vita (e quindi la maggior parte della vita adulta) posso dire che la questione dell’identità è ampiamente sopravvalutata dai triestini stessi. E’ diventata il dito dietro cui nascondersi, un argomento di cui discutere all’infinito per non affrontare i problemi veri. Se si perde molto tempo a dividersi fra sloveni, istriani, triestini patochi (a loro volta di origini assai varie), e via dicendo, si perde la percezione delle vere necessità di un territorio. Vale a dire: forza, inventiva, creatività, tenacia, pragmatismo, impegno. Bisogna lavorare insieme per ottenere risultati: se la minoranza slovena lavora per sé e si chiude in un’enclave impenetrabile, e la maggioranza italiana rifiuta di sfruttare la ricchezza di un potenziale bilinguismo, quello che si ottiene è una divergenza di obiettivi. Oltre a un costante guardarsi indietro alla ricerca di radici, a discapito del guardare avanti.

    La divisione in gruppi che non si parlano annienta la possibilità di crescita, il provincialismo uccide lo sviluppo. Inutile dare la colpa ai “vecchi” che si aggrappano all’identità: la responsabilità della gestione è in mano ai giovani. I vecchi sono in pensione e al massimo possono protestare per le panchine.

    Oltre a questo, se il Comune leva i fondi alle associazioni giovanili per darli alle associazioni di vecchi nostalgici, è logico che in città ci saranno molte più conferenze su “Co iera l’Italia in Dalmazia” e meno sale prova per i gruppi musicali. Dico semplificando. E cosa fa crescere di più una città, la rievocazione continua del passato, o la creazione attiva di un futuro?

  17. alcuni chiarimenti:

    -> quando matteo dice che l’ibridismo a trieste è “storico” e sta nel nostro “dna” usa proprio le metafore (forse non sono metafore, per lui) che vengono usate dai nazionalisti e dai razzisti per affermare che le nazionalità e le patrie esistono e si basano sul sangue, sulle facce, sui colori della pelle, sul dna…

    -> intendo ‘mito’ nel senso di storia con un particolare stile il quale dà identità e valori a dei gruppi di persone. i miti possono avere fondamenti di realtà ma la loro storia, i loro protagonisti, i loro eventi hanno un significato che è ‘diverso’ rispetto al senso che poteva avere per quei protagonisti quando vivevano quegli eventi che per noi sono mito. un libro di antropologia suggestivo come titolo almeno è, per esempio, quello che ho trovato in una delle biblioteche a belfast: “the myths we live by”

    dopo e grazie a questi chiarimenti:

    – cenerentola: anche io vivo negli stessi tuoi miti – o quasi – e mi piace il loro sapore di un’entità statale liberale, multiculturale, innovativa e che aveva come centro la nostra città. provando a far l’antropologo, aggiungo che però non possiamo dimenticarci che per maria teresa (p.e.) il multiculturalismo (se esisteva come concetto e dubito) era solo un’accozzaglia strumentale utile ai suoi disegni. e così via…

    – poi. per gli antropologi diventa difficile smontare alcune realtà sostenute dagli storici. lei cita come esempio di ‘autentico’ ibridismo, per esempio, proprio la nostra cucina… il problema è che magari volendo difendere l’ibridismo come particolarmente autentico rischiamo di cristallizzarlo, difenderlo in una tradizione che riteniamo quasi biologicamente (dna) vera… come fanno i nazionalisti… e se noi malamente facciamo così, probabilmente, non possiamo che farlo a scapito e per esclusione di nuovi ibridismi di noi e delle nostre cose con altri e altre cose…

    giulia: sono d’accordo. vorrei che chiedessimo un giorno sì e gli altri anche, per esempio, che l’insegnamento dello sloveno diventi sempre un’opzione facoltativa ma la cui esistenza (come opzione) sia obbligatoria all’interno di ogni ordine di scuola.

    quindi:
    – volemo la jota all’algerina?
    – volemo i crauti alla cinese?
    provemo a farle ah, cossa podemo far. (mi me convinzi de più la jota all’algerina)

    segnalo, anche in prospettiva dell’ormai prossima pubblicazione in lingua italiana della opera omnia di ballinger, che ci sono alcuni suoi articoli più recenti… dai titoli in tema e decisamente ‘interessanti’:
    Imperial nostalgia: mythologizing Habsburg Trieste
    “Authentic Hybrids” in the Balkan Borderlands

  18. Cenerentola82

    “… il problema è che magari volendo difendere l’ibridismo come particolarmente autentico rischiamo di cristallizzarlo, difenderlo in una tradizione che riteniamo quasi biologicamente (dna) vera… come fanno i nazionalisti… ”

    come per esempio affermazioni del tipo:
    “E’ necessario però riconoscere con chiarezza i vantaggi competitivi di cui l’Italia dispone, quelli che ci derivano da una plurisecolare eredità genetica e storica: l’ingegno italico e il senso estetico.” ?

  19. Pingback: Da Lamon alla Slovenia at Bora.La

  20. zà.
    scovazze de sto tipo (“plurisecolare”… “genetica”…???)

  21. Sono nuovo qui e mi interessa la vostra discussione, per questo vorrei aggiungere la mia opinione.
    Penso che a Trieste ci sia un’ innata tendenza al vittimismo, al vestirsi di nero ed inneggiare ad un passato che purtroppo non ha la possibilità pratica di ritornare com’ era. Lo sbaglio di fondo è stato fatto con l’ irredentismo del 1914, non comprendendo che essere l’ unico porto dell’ Austria, paese genuinamente multiculturale, non era equivalente ad essere uno dei tantissimi porti dell’ Italia, paese centralista ed intellettualmente chiuso.
    Un altra débacle si è osservata quando l’ esodo istriano, giustamente considerato una catastrofe umanitaria, ha cambiato, sconvolto l’ identità di Trieste.
    Ora, come mai assistiamo ad una pretesa multiculturalità, magari con ponti d’ oro ai senegalesi, sulla carta commercianti, in pratica mendicanti, mentre la stragrande maggioranza dei Triestini non parla una parola di Sloveno, Croato, Tedesco, Friulano, Inglese? Siamo cosmopoliti da operetta nella città del suo festival? Perchè ci lasciamo sempre intimorire dai nomi dei “soliti noti” delle “solite famiglie”, che hanno svenduto questa città ai nazionalisti italiani?
    Ricordareil passato sta bene, ma la polemica sul monumento a Massimiliano non basta: se vogliamo veramente essere di nuovo una città mitteleuropea, dobbiamo darci da fare, anche se è scomodo: innanzitutto imparare le lingue dei nostri vicini, conoscere non solo da turisti i nostri dintorni, capire quali sono le esigenze di una città turistica e congressuale (alberghi con spiaggia, alberghi che non chiudono continuamente per lavori, treni che non ci mettano oltre 4 ore per arrivare a Lubiana, treni diretti per l’Austria, un collegamento aereo con Vienna, eliminazione del “koperto” e dei “primi della casa”), stabilire rapporti culturali ed umani (= parlare e festeggiare assieme) con i nostri vicini.
    L’ idea dell’ Euroregione, anzi la sua realtà, non avrà l’ effetto sperato, se ci chiudiamo in un provincialismo cieco, con il più completo disinteresse per quanto accade (non parlo di night e di casinò) oltre l’ Isonzo, Tarvisio, Fernetti.

    Non si diventa mitteleuropei solo con belle parole e con sane polemiche sui monumenti, lo si diventa ampliando le frequentazioni, aprendosi ai vicini, stabilendo rapporti di amicizia e di cultura, anche politica, con gli altri membri dell’ Euroregione e con i Paesi europei in generale.

    Nell’ Euroregione finalmente le nullità che a TS sono considerate “mammasantissima” si dovranno confrontare con i loro colleghi veneti, carinziani, sloveni e croati e chi non sarà all’ altezza, intellettualmente ed in tema di onestà, sarà travolto. Per questo certi clan hanno paura dell’ Euroregione. Hanno paura di farsapere che i re sono nudi.

  22. Cenerentola82

    “zà.
    scovazze de sto tipo (”plurisecolare”… “genetica”…???)”

    Si .. però il mio stupore non deriva tanto da queste affermazioni, quanto dall’autore.
    Indovinello… chi l’ha detto?
    Onestamente da lui no me le aspetavo.

  23. no so e forsi no voio saverlo… (sì, ma dime chi xè)

    JULIUS: sono d’accordo!

  24. Cenerentola82

    L’affermazione compare a pagina 95 de “La rana cinese” di Illy.
    Libro interessante e facile da leggere… però troppo infarcito di “noi Italiani dai tempi dei romani” e “noi abbiamo il dna di Leonardo da Vinci, Galilei, Volta, Marconi…” e tanti altri luoghi comuni come:
    “Definisco “ingegno italico” quella particolare capacità che abbiamo noi italiani di coniugare in modo originale fattori che sono già disponibili, tecnologie già mature, producendo però attraverso una combinazione inedita e a costi contenutiun risultato che prima non esisteva, quindi un innovazione.” oppure “Noi italiani siamo davvero capaci di automatizzare qualsiasi cosa…”

  25. mi penso che ily sia soprattutto un bravo “politico” nel senso de astuzia e quindi, quando el se rivolgi a un publico ‘talian, no’l pol che utilizar i loghi comuni del’italianità per far el lider dela penisola.

    qualcossa el se doveva pur inventar o, meo, usar per la retorica del libro…

    … del resto xè un che, me par, volaria che ritornasi i bei tempi dela euroregion miteleuropea… e xè l’unico che ga fato realmente dele robe in sto senso.

    no so dove inizia el machiavilly ‘taliàn e dove inizia el machiavilly triestìn…

  26. valerio fiandra

    beh, quel “genetica” è davvero preoccupante. Bisogna chiederne conto, per sentire se e con quali argomenti viene, semmai, giustificata. O se invece viene ammesso l’errore compiuto. Per il resto, retoriche dovute e policamente corrette a parte, non mi pare siano affermazioni proprio infondate. Forse devo chiarire io una cosa, qui: io non mi sento meno italiano di europeo, come non mi sento meno italiano di ebreo, e viceversa, e così via… Ho (abbiamo) identità plurime, tutti – voglio dire – o no??

  27. Cenerentola82

    Propio perchè ga dado un contributo fondamentale all’euroregion me xe sembradi strani certi discorsi.
    Podessi esser uno specchietto per le allodole, nel senso che el scrivi un libro dove metti l’Italia al centro del discorso, come se ghe fregassi qualcossa, mentre el lavora per l’Euroregion?
    Opur el se prepara el campo per ruoli importanti nel novo partito democratico quindi el devi far discorsi de respiro “nazionale”…
    Boh chissà, comunque ste dichiarazioni no me le aspettavo.

  28. ognuno si senta pure quello di cui ha necessità…

  29. valerio fiandra

    Per il concetto di autenticità, la cui definizione non sono in grado di riportare, consiglio la lettura dell’ultimo MANEA, (il saggiatore, 25 euri), ultimo capitolo: “LA QUINTA POSSIBILITA'”

    E chi devo poi convincere, quando mi esprimo con onestà e con la capacità, e la disponibilità a correggermi se sbaglio? (vale per tutti, ovvio…)

  30. La rana cinese

    Purtroppo non è la prima volta che Illy sconfina in campi che non gli sono confacenti. Ricordate quando si travestì da Top Gun ad Aviano?
    D’ altra parte, non si possono mettere in piazza troppo apertamente certe idee 😉 senza trovarsi contro tutto l’ establishment, che sguazza nei metodi “romani” di riempirsi le tasche. Illy è purtroppo isolato politicamente, oggi più che mai (vedete che bel casino gli ha combinato Damiani!) e non può rischiare di vedersi mettere addosso un distintivo giallo (e nero) da nostalgico. Sarebbe anche un bel pretesto per osteggiare l’ Euroregione, considerandola “antiitaliana” come a suo tempo la Lega, che vanta (v. dichiarazione di fedriga sul Piccolo del finesettimana) di esserne stata la promotrice, dimenticando che, quando non fu più al governo regionale (ed anche nella campagna 2003), la derise ed ignorò, considerandola “antipadana”.
    Meglio chiudere gli occhi su quelle righe imbarazzanti di Illy, spero tanto che sia in buona fede.

  31. Matteo

    Scusa arrivo stra in ritardo sulla replica. Mi son spiegato male per “storico” credo:intendevo che la storia nostra e’ stata ibrida, visto che non sempre nell’ultimo secolo e mezzo eravamo il capoluogo della Regione Friuli Venezia Giulia. Sul fatto del genetico, anche qua te raccomandassi un po’ de meno metodo e un po’ de spigliatezza in piu’ caro enricomaria. Mi go capi’ che xe’ parole che no te piasi. Metemola piu’ tera tera cussi’ forsi se capimo meio: mi go una mare e un pare vivi, e che dio me li difendi. Mio pare gaveva do genitori anca lu: un de Bertoki e un altra de Trenta d’Isonzo (te son mai anda’ ale sorgenti de l’isonzo? mi go pasa’ l’infanzia, se te vol ndemo sta estate se respira aria bona). Pensa che la vecia, che la fa 94 sto ano (la xe’ ancora viva e piena de morbin) la ga el cognome Hoznar, che a sua volta xe’ ungherese. Mia mare inveze la gaveva anka ela una mare e un pare. El pare nol iera mai casa, comunque el xe’ nato in Sicilia, a Bronte (do you remember Verga e l’episodio di Bronte? quel la’, quindi ocio de soto co te parli co mi), su mare iera de Bolunz e la parlava per za caj. Desso mi go capi’ che in chissa quante altre parti de italia ghe sara’ stai sti misiotti, ma te me volera’ dir che forsi mi geneticamente no son un misiot? Come mi quanti a trieste? No lo ciameremo genetico ne dna, lo ciameremo mis mas o bambus o remitur, ma se gavemo capi’ desso spero.

  32. matteo: no state rabiar, ma guarda che te son ti quel che te dovessi aver bisogno de metodo…

    l’incrocio de gente che vien da diversi posti del mondo a cossa dovessi esser utile? a garantirme la varietà dei nostri dna? e quindi? cossa gavemo capì?

    altra roba xè l’incrocio dele culture – che xè molto diversa dal’incrocio dei dna visto che poso ciapar un mulo nero alto do metri e farghe el lavagio del zervel tanto che a un certo punto el parla triestìn meo de ti e mi senza acento de zò e l’ama la bandiera gialonera. quindi? cossa gavemo capì? ma che discorso xè?

    la cultura, ameso che esisti, xè fata dele pratiche che uno fa, dei discorsi e dei tipi de lingua usada, dei simboli e del senso generale che uno ghe dà ala vita. no xè robe astrate del tipo semo tuti taliani o semo tuti un missiot. cossa te pensi de gaver in comun coi mati de bronte? tochi de dna? un modo de parlar? retorica? modo de magnar la pasta? se trata de questo sa, no de robe astrate

  33. Cenerentola82

    Ieri sera anche Benigni ha tirato fuori discorsi del tipo… orgoglio di essere italiano perchè noi i romani, perchè noi il rinascimento, perchè noi per migliaia d’anni la storia, la cultura… aggiungendo … ma non sono nazionalista.

  34. ah, se dixi benigni, ‘lora…
    : )

  35. Matteo

    Seghe coi pie.

  36. Matteo

    Bisogna vender cara la pele de l’orso.

  37. lucio

    cari mii, permeteme una chiosa, eser de un posto vol dir tante robe, 1° nato e vissuto, ma da genitori nativi, che tramanda cultura, tradizioni, usi e costumi, e perdoneme, ma un fio de taliani, anche se nato quà, ciaperà sempre qualcosa dei sui e sai poco de triestin, cusì val per un istrian, o de qualsiasi altro logo 2° amar quel posto come una moglie, e se posibile far del ben per l’orgoglio de eser nato in quel posto, 3° parlar la lingua locale, fà parte dell’identità, ma par che deso sia de vergognarse, basta scoltar i genitori che ghe parla ai fioi in lingua e tra lori in dialeto, ridicoli, mentre in television impera el romanesco 4° imparar la storia del posto, posibilmente nel nostro caso, non quela che i scrivi sui libri de scola, ecc… per quel ke ne riguarda noi, guardeve ben dal dir “città mitteleuropea” finito! dopo el 1918 finito tutto, xè solo ricordi de gente che non esisti più, o devo ricordarve che i taliani cò xè rivai quà, i gà fato la pulizia etnica? andè in biblioteca civica, e troverè i manifesti ke iera per strada, per denunciar quei triestini che iera stai filo-austriaci, mia bisnona a confin in Sicilia e suo marì in canon, epur tuti de cognome italian, cari mii, le robe fate col ingano, no le dura, niente xè eterno e pel resto “nihil sub sole novum”.

  38. nò volesi eser come el prezemolo, ma me son ricordà che gavevo qualcosa de interesante de farve leger, merita : http://www.cnj.it/documentazione/irredente.htm
    tanto per sciarirse le idee !!

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