22 novembre 2006

Le braci di Budapest

In Ungheria la situazione si è in apparenza normalizzata. Solo in apparenza: il governo del postcomunista Ferenc Gyurcsany resta in realtà sotto tensione e nel Paese continua a covare un largo malcontento.
Nei giorni “caldi” fra ottobre e novembre, il potere si è autoconservato grazie al ricorso massiccio alla mano pesante nei confronti dei manifestanti. Ma un aiuto decisivo è arrivato dall’assenza di una leadership decisa e preparata nel campo dell’opposizione. Viktor Orban e il movimento di Fidész non si sono mostrati all’altezza di una protesta assai composita, che fa saltare lo schema classico destra-sinistra e porta all’estremo contraddizioni note anche all’occidente europeo.
Gyurcsany è divenuto dopo la desovietizzazione uno degli uomini più ricchi d’Europa. In Ungheria incarna il paradosso tipicamente blairiano di una sinistra lanciata sul terreno delle riforme nel lavoro e nel welfare: di fatto, verso la riduzione del sistema precedente di protezioni e garanzie. Mercato e privatizzazioni sono le parole d’ordine liberiste di questa sinistra neo-chic, che sull’opposto versante vede nella destra l’inopinata paladina di logiche assistenziali e vecchi corporativismi. Il paradosso però è tale più in occidente di quanto non lo sia in Europa centrorientale. Qui il crollo del comunismo ha semplicemente ristabilito una dialettica politica tradizionale. Tra la sinistra da sempre esterofila e volta alla modernizzazione (qualunque sia, verrebbe da dire) e la destra incline a un’azione centripeta di conservazione.

Ma il punto è che le recenti contestazioni ungheresi non tirano in ballo (solo) programmi economici e di architettura istituzionale. Bensì qualcosa di più essenziale e profondo, cioè l’identità nazionale del Paese. E sarebbe bene questa volta non mistificare il messaggio com’è avvenuto, clamorosamente e tragicamente, nel 1956.
Allora, l’Europa occidentale aveva sotto gli occhi l’unico caso di rivoluzione popolare e democratica dell’intero Novecento. Così la definisce Enzo Bettiza in un appassionato saggio (1956, Mondadori) che sottolinea a ragione il carattere patriottico, gli accenti quarantotteschi di una sollevazione di popolo travisata e misconosciuta per lungo tempo da gran parte della politica e dell’intellighenzia europee. Se a destra prevalse una calcolata indifferenza, a sinistra quasi nessuno volle capire che l’obiettivo di quella rivoluzione non era affatto una riforma umanizzante del socialismo ma l’indipendenza della nazione.

E intorno all’identità della nazione ruotano i disordini anche di mezzo secolo dopo. Un’ampia fetta di Ungheria, oggi, intende liquidare fino in fondo l’apparato di potere comunista e gli eredi di quell’apparato tuttora al governo. Soprattutto, come gli altri Paesi usciti dalla stretta sovietica nel 1989, pretende di essere risarcita, vuole indietro cinque decenni di storia. La modernizzazione promossa da Gyurcsany le appare troppo esterofila, una nuova importazione forzata di scenari non ungheresi. E anche i metodi poco trasparenti di governo e la corruzione le ricordano l’odiato passato sovietico. Nei postcomunisti riciclati questa parte di Ungheria riconosce un ostacolo nella riscoperta della propria identità nazionale. Certamente mitizzata, ma bramata ardentemente com’è destino di tutti i popoli a lungo oppressi.

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