“Che Dio li stramaledica. E stramaledica anche quelli che tacciono di fronte a una porcheria simile. Parlo delle panchine di piazza Venezia, segate dal Comune per impedire a quattro innocui barboni di riposarci ogni tanto. Avevo letto di questa storia sui giornali nazionali, fuori Trieste. Ci avevo anche riso su, avevo pensato tra me La mama dei mone xe sempre incinta.”
Con questo maledicente attacco Don Paolo ‘Quizote’ Rumiz apre sulla prima del PICCOLO di domenica 29 ottobre. E così continua:
“Ma quando – tornando a casa a piedi dalla stazione – ho visto la piazza sfregiata, i sedi
ci moncherini di ferro nel cemento, lì negli spazi dove la vecchia siepe arretra per disegnare una sorta di separé, mi è venuta una rabbia bestiale.
Mi ci sedevo da bambino su quelle panchine di legno rosso, per veder arrivare i “vapori”. Mi ci sono seduto sempre, fino a ieri. Starci era il mio modo di segnare il territorio, di dire: questo luogo è un po’ mio, fa parte della mia Trieste. Sedendomi lì, accanto alla fontana, celebravo la comunità e i valori in cui essa si riconosce. Ribadivo che lo spazio pubblico ha un valore irrinunciabile, specie oggi che tutto diventa privato, anche l’aria. E ora ero lì, come un ebete, davanti a un vandalismo vigliacco e indecente. Contrario ai valori cristiani, e anche a quelli della Civitas. Un insulto a Trieste.
Rivoglio le mie panchine. Sono nato accanto a quella piazza, mio padre mi ci portava per vedere il mare e la pescheria, che allora non era ancora un luogo della finzione e dell’inutilità. Vi ho incontrato persone straordinarie. Skipper, pescatori, artisti, comandanti del Lloyd. Mi ci sono seduto col premio Nobel Abdus Salam. Una volta vi ho incontrato il capo delle Assicurazioni Generali, il grande vecchio Randone, che prendeva il sole nella pausa-pranzo, felice come un gatto. C’era sempre qualche balordo, perfettamente integrato, come capita a Trieste, la città della bora dove “la persona” si dice “el mato”, perché normalità e follia si toccano.
Trieste non è Treviso, dove la moda delle panchine segate è cominciata con lo sceriffo-sindaco Giancarlo Gentilini, uno che voleva caricare gli immigrati sui “vagoni piombati” e faceva abbattere gli alberi secolari della città solo per aver rischiato di sbatterci contro una sera, dopo un ombra di troppo. Che c’entriamo noi con la Lega? La Destra di qua ha sempre detto di essere diversa. Lo dimostri.
Sento che l’assessore competente si assume “tutte le responsabilità” di questo atto gagliardo. Complimenti. Avesse fatto sloggiare il presidente della Repubblica… Un coraggio da leoni segare tre panchine per non dover nemmeno dire a chi ci si siede sopra di assumere, magari, un atteggiamento più decoroso. Farlo è il segno estremo di di resa, di fuga dalla responsabilità del proprio pubblico ufficio.
Diciamolo chiaro. Quella piazza stava andando a ramengo per incuria del Comune e non dei barboni. I vecchietti avevano semplicemente riempito uno spazio che i triestini stavano smettendo di frequentare a causa degli eterni lavori in sulle Rive che l’avevano trasformata in polveroso deposito di materiali edili, con le aiuole sempre più sporche e la fontana di Nettuno derubata della sua acqua. Era quella la vera indecenza, non i barboncini con valigia e radiolina. No, bisognava mandarli via per far finta che fossero causa e non conseguenza dello sfacelo.
A chi davano fastidio quei tre simpatici poveracci? Ci sono mille cose più oscene dei poveri in una città come Trieste. Le vacche per esempio. Quelle vive sui camion che passano davanti a piazza Unità per finire sgozzate dagli emiri, e quelle finte del signor Warhol, insopportabili, inutili, dipinte dappertutto e delle quali nessuno ha capito l’utilità. Le strade piene di ragazzi a ciondolare sul nulla, a bivaccare nei bar, privi di un luogo dell’identità in cui rispecchiarsi. Ma sì, diamo loro ancora concerti, birra e spinelli. Tutto purché non pensino, non sognino, non facciano politica e non disturbino il manovratore.
Trieste sta diventando un luogo finto, con un “Salone degli incanti” pieno di nulla, una piazza Unità ridotta a happening, un fronte mare che non esprime altro che gazebi e luganighe. In questo progetto di luna park permanente, i vecchietti non stavano bene. Andavano tolti di mezzo. Poi, state tranquilli, leveranno anche i pescatori dal molo, perché puzzano. Poi leveranno i cantieri alla Lanterna perché non compatibili agli yacht. Poi magari i camion dei turchi, le motovedette e i piloti. Faranno, un po’ alla volta, pulizia “etnica”. E il mare resterà per pochi.
Fossi nei partiti dell’opposizione, eleggerei piazza Venezia come luogo di resistenza e controffensiva a questa delirante de-triestinizzazione. Appenderei panchine ai lampioni, a un millimetro dal suolo per non occupare suolo pubblico e dare ai vigili l’occasione di intervenire. Organizzerei un pranzo – sempre con panchine – in piazza con i frati di Montuzza e una banda di belle mule a servire in tavola. Riempirei di panche piazza Unità, mobili ma implacabili, per organizzare partite di briscola sotto il naso del Primo Cittadino. Che al posto delle “ombrele” si sognino le panche, notte dopo notte. Saluti.”
Ora: forse la furia di Rumiz sarà accolta con il solito sussiego, o l’abituale alzata di naso dei tiepidi commentatori di fatti giuliani, ma io plaudo al ruggito del Quizote in prestito alla Repubblica: Rumiz è vero, almeno ci prova ad esserlo. Se sbaglia sbaglia da professionista, come in quel mondo d’adulti di quell’altro Paolo, da Asti, che a me molto piace, e al quale questo Paolo, da Trieste, assomiglia anzicheno. Ugh. Ho detto. E son zà pronto per el pranzo, le panche le porto mì! Firmato: Sancho Fiandra
link: tour virtuale di Piazza Venezia (quando ancora c’erano le panchine)


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